In un saggio del Mulino l'analisi di Luca Zan: «Flop da non ripetere» Era Veltroni il ministro della cultura in carica quando, nel 1997, a Pompei fu conferita l'autonomia. Il più famoso sito archeologico del mondo avrebbe dovuto trarre grandi benefici dalla novità amministrativa. Del resto poco prima, in quegli stessi anni Novanta in cui si iniziava a discutere di «giacimenti culturali», anche il British Museum era stato reso autonomo. Ma, un decennio dopo, l'esperimento di Pompei andò a picco e nel 2008 il sito fu commissariato, mentre la prestigiosa istituzione londinese andava a regime nel suo nuovo assetto. Il paragone tra due beni culturali dai diversi destini è di Luca Zan, che firma per il Mulino La gestione del patrimonio culturale. Un capitolo del libro è dedicato proprio a Pompei e l'autonomia negata, mentre altri saggi del volume descrivono situazioni più o meno felici nel panorama internazionale, dal Sudamerica alla Cina. In questo quadro, la vicenda di Pompei è esemplare. Tanto più che oggi è al varo, già con grandissimo ritardo, il Grande Progetto Pompei, che prevede l'arrivo in Campania 105 milioni di fondi comunitari. In vista di questa nuova occasione, per Zan sarebbe bene tenere d'occhio gli errori del passato «anche perché l'Unesco è molto preoccupata. Non sarà così semplice realizzare le opere entro il termine di scadenza del prestito». Lo studioso, docente di Arts management all'Università di Bologna, avverte: «È chiaro che qualcosa finora è andato storto». Professore, che cosa? «C'è stata una evidente incapacità di disegnare un'amministrazione ordinaria, per incultura gestionale». Vale a dire? Partiamo dall'inizio. «La riforma del '97 era una legge zoppa. Conferì autonomia a Pompei e di fatto fece arrivare più soldi in cassa, perché gli incassi dei biglietti non erano più attribuiti al ministero ma venivano incamerati direttamente da Pompei (oggi solo il 70 per cento). Ma la legge non consentì di mettere mano alle risorse umane, elemento fondamentale. L'unica novità nel personale fu l'introduzione di un city manager poi abolito da Rutelli, fino all'attuale reintroduzione. Tra l'altro nella legge è evidente la carenza di criteri ben definiti per la selezione di questa figura». E il resto dell'organico? Perché non funzionava? «All'epoca su 711 dipendenti di Pompei solo sedici erano storici dell'arte, archeologi e architetti, adatti a ricoprire il ruolo di direttore dei lavori. Pochissimi tecnici, insomma, con le necessarie qualifiche. Dunque si è andati a rilento in tanti interventi». Fino ad arrivare ai crolli di questi mesi? «Sì, ma anche senza crolli saremmo lo stesso in emergenza. Ci sono lavori mai avviati o in alcuni casi fatti male. Mi avevano riferito che accanto alla Casa dei Casti Amanti si voleva addirittura realizzare una pista per elicotteri e che furono per questo modificati gli scarichi delle acque. All'epoca ne chiesi conferma alla soprintendente Cinquantaquattro, ma non ho mai avuto risposte, né smentite. A fine anni Novanta l'area aperta al pubblico si stava riducendo e questo comportava la concentrazione dei visitatori su alcune sezioni del sito, che così si degradavano sempre di più. Per invertire il circolo vizioso sarebbe stato necessario incrementare la porzione del sito aperta al pubblico attraverso il restauro e la messa in sicurezza di domus e insulae. Ma i lavori non procedono e, per quanto riguarda il personale, manca la flessibilità». Cioè? Vorrebbe mandare a casa i dipendenti di Pompei? «Non penso di certo a modi da Far West, non voglio buttare fuori nessuno. Ma c'è da dire che a Pompei i capitoli di spesa che riguardano il personale anche dopo il '97 continuavano ad essere in carico al ministero, dunque non si poteva toccare nulla. Forse l'autonomia andava sperimentata in un contesto più semplice e non nella polveriera sociale che in questi anni è stata Napoli. Altrove le cose sono abbastanza diverse: prendiamo per esempio il British Museum...». Lì com'è andata? «Con la trasformazione della natura giuridica del museo si è raggiunta la piena autonomia. Si decise che il governo avrebbe passato un certo ammontare in un'unica soluzione. Poi diventava compito del direttore del museo decidere se c'era maggiore bisogno di custodi o di archeologi, oppure se utilizzare l'outsourcing. Ovviamente con la debita rendicontazione ma senza più i capitoli di spesa». Professore, Pompei potrebbe sostenersi con i suoi soli incassi? «Secondo me, in un ipotetico mondo migliore, sì. Intendo un mondo con servizi di qualità, guide professionalmente eccellenti, ristoro di un certo livello. Nel libro parlo anche di Macchu Picchu: lì per entrare si pagano circa 45 dollari, per arrivare con la tipica ferrovia altri 95. La più importante città romana del mondo non potrebbe richiedere un congruo costo del biglietto? Un turista che arriva dall'estero potrebbe anche pagare qualcosa in più di una decina di euro. Pompei così andrebbe in pareggio. E comunque bisogna anche abbandonare la maledetta idea che i soldi mancano». Non è così? Pompei naviga nell'oro? «No, ma manca soprattutto la capacità di spendere. Le procedure pubbliche sono farraginose, non si riescono a usare i fondi che ci sono. E nella lentezza burocratica si perdono occasioni. Quando Buttiglione, allora ministro della Cultura, stornò 30 milioni da Pompei per destinarli ad altri siti culturali, la motivazione fu che non erano stati ancora spesi. È vero che si andava a rilento ma il risultato fu aggiungere il danno alla beffa: senza un'amministrazione agile, si risparmia senza volerlo perché non si fa in tempo a spendere e infine quello che hai risparmiato ti viene pure tolto. Così finisci, come si dice dalle mie parti, becco e deriso».