Renzo Piano sta dimostrando di non voler considerare la sua recente nomina a senatore a vita come un puro titolo retorico, ma si è rimboccato le maniche elaborando proposte utili alla nazione negli aspetti relativi alla sua professione di architetto. Ne hanno parlato ampiamente i giornali, e lui stesso ha discusso tali progetti in un talk show. Qui vorrei esaminare come quelle sue larghe linee si adattino alla situazione bolognese. La premessa è del tutto accettabile, che cioè al momento si può accantonare la problematica dei centri storici in quanto ha già trovato una qualche soddisfazione, il riferimento potrebbe essere alle famose proposte lanciate da Pier Luigi Cervellati ormai un mezzo secolo fa. Ciò premesso, non tutto mi sembra accettabile nel pacchetto enunciato da Piano che vorrebbe porre un risoluto limite a nuove costruzioni. La cosa è giusta, se si intende bloccare i palazzinari che costruiscono alla cieca nella speranza di trarre profitto. Ma le cose stanno diversamente se si tratta di costruire in base a una comprovata esigenza di creare nuclei abitativi, soprattutto per i giovani o per fare posto a edifici di pubblico interesse. Che del resto è quanto Piano sta facendo in tutto il mondo. Da valutare la sua teoria che, una volta vietate le edificazioni a capriccio, si proceda solo a dei «rammendi» del già esistente. Anche su questo fronte, non sembra che Piano abbia rivolto il suo lavoro in direzione del «riuso», un tipo di intervento che poi, applicato agli squallidi casermoni delle periferie, non vedo bene come si possa compiere: forse meglio abbattere e ricostruire. Non vorrei che fosse utopica, poi, la pretesa che i nuovi insediamenti si facciano senza garage, o meglio, una regola del genere vale senza dubbio per metropoli come New York e Londra, in cui Piano interviene di solito, ma come si fa a negare l'auto, o a consigliare il sistema dell'auto condivisa, in aree come le nostre che non hanno fitte linee di collegamento? Mi sorprende poi che Piano, in questi suoi pur utili suggerimenti trasmessi a una squadra di giovani architetti, non faccia riferimento alla questione dell'arredo urbano, ovvero dell'abbellimento, della decorazione di queste periferie. Qui scatta la possibilità su cui insisto da tempo, che Bologna appunto si metta alla testa di un movimento generale in questa direzione, come sta già facendo promuovendo un graffitismo di qualità in zone diseredate. Piano insiste piuttosto sul verde, richiesta sacrosanta, che si lega al dibattito ora imperversante presso di noi a proposito dell'area Staveco. Ben venga il verde, e l'accesso alla collina, ma senza cancellare l'ipotesi di collocare in quel posto una necessaria e vitale estensione della nostra Università, la cui realizzazione sembra di nuovo imminente, promessa dal sindaco nella conferenza di mezzo mandato.