In Iraq c'è una guerra nella guerra: quella contro la presenza e la memoria cristiana Una guerra non dichiarata, scaturita - insieme a infinite altre brutalità - dal vaso di Pandora scoperchiato con la fine del regime di Saddam. La sequenza dei fato, finora sfuggita all'occhio dei media e ancora ignota alla coscienza degli occidentali, è impressionante, e configura non un'iniziale intimidazione bensì l'avvio di una vera persecuzione, di un «pogrom» fondamentalista simile a quello che agli inizi del XX secolo cancellò la comunità armena dall'Anatolia. Una persecuzione religiosa il cui messaggio è chiarissimo: nell'Iraq violento vagheggiato dalla follìa dei vari Al Zarkawi non sono previsti i seguaci di Gesù. È una guerra dell'oscurantismo contro la civiltà. I cristiani, appartenenti a Chiese antichissime, di tradizione liturgica bizantina, costituiscono solo il 3 della popolazione irakena, ma si tratta di una borghesia colta, che rappresenta economicamente e socialmente la spina dorsale del Paese e del suo difficile futuro: medici, ingegneri, molti docenti e moltissimi studenti universitari, soprattutto ragazze, entrate nel mirino fondamentalista per i loro costumi reputati «corrotti». Nel 2003 si verificano numerosi attacchi a chiese, conventi e scuole cristiane a Mosul, abitata da circa 100mila cristiani, e a Baghdad. Un convento a Mosul, una chiesa e due scuole cristiane nella capitale vengono colpiti da bombe. Nell'estate 2004 una serie di attacchi a chiese di Mosul e di Baghdad Danneggiate chiese caldee, siro-cattoliche, armene, con 12 morti e 50 feriti. In settembre a Baghdad esplode un'autobomba nella chiesa avventista della Vergine Maria. Fra l'ottobre e il dicembre 2004 si registrano attacchi a nove chiese di Baghdad, fra cui una siro-ortodossa e una assira: un morto, tanti feriti, gravissimi danni. Il 7 dicembre a Mosul vengono attaccate la chiesa armena-ortodossa e il vescovado caldeo di Al-Tahira, già colpito in precedenza: i terroristi musulmani prendono in ostaggio i fedeli presenti, poi minano con cariche incendiarie l'insigne chiesa risalente al VII secolo. Risultato provvisorio: 70mila fra caldei, siro-antiocheni cattolici, orientali ex nestoriani e siro-ortodossi - un decimo dell'intera comunità cristiana - hanno già abbandonato l'Iraq cercando scampo altrove, in Giordania, in Siria, in Kurdistan. In questo clima di paura e di incertezza, sono moltissimi i siti cristiani a repentaglio, veri e propri tesori del cristianesimo dei primi secoli, in gran parte appartenenti a quella Chiesa d'Oriente nata dalla predicazione dell'Apostolo Tommaso e che parla tuttora l'aramaico, l'idioma di Cristo: monumenti come il monastero di Mar Mattai (San Matteo), del V secolo, che sorge sul Monte Mahlub, come il coevo monastero di Mar Bihnam, come la chiesa siro-ortodossa di San Sergio e Bacco (sec. IX) e innumerevoli altri capolavori sparsi nelle storiche diocesi di Mosul, Baghdad e Ammadya. Ma a fronte del possibile azzeramento di una bimillenaria civiltà qualcosa da noi si sta muovendo. Merito dell'Associazione «Salvaimonasteri» che lo scorso anno lanciò, con successo, una campagna di sensibilizzazione per la salvaguardia dei monumenti cristiani in Kosovo, messi in serio pericolo dalle violenze albanesi; campagna ora culminata in un progetto pilota di salvaguardia degli splendidi monasteri di Decani e Gracanica, avviato in collaborazione con l'Unesco. Sulla scia di quell'esperienza «Salvaimonasteri» ha aperto adesso un secondo fronte, quello appunto dell'Iraq cristiano, avviando una fitta rete di contatti scientifici e di relazioni internazionali mirate a realizzare il primo faticoso passo di ogni progetto di tutela: ovvero lo studio e la conoscenza delle opere a rischio, impresa quanto mai ardua in una zona instabile come l'Iraq. Di questa nuova scommessa, le cui ottime ragioni sono documentate nel sito www.salvaimonasteri.org, tesse le fila anche stavolta Elisabetta Valgiusti, regista e produttrice del video Enclave Kosovo, che con l'aiuto di Maria Giovanna Muzj e Maria Luisa Polichetti, entrambe docenti all'Università Gregoriana di Roma, ha creato un concreto e serissimo progetto di catalogazione dell'eredità culturale cristiana in Iraq. «Siano riusciti - spiega Valgiusti - ad approntare una prima sommaria mappatura dei monumenti in pericolo, o già distrutti Ma soprattutto abbiamo coinvolto personalità importanti di quell'area geografica e culturale, la cui collaborazione risulta indispensabile per muoversi nel ginepraio irakeno: persone come Albert Edward Mahil Yerda, ambasciatore irakeno presso la Santa Sede, come monsignor Al Jamil, visitatore della Chiesa di Antiochia, come il cardinale Ignace Moussa I Dahoud, prefetto della Congregazione delle Chiese Orientali. Inoltre abbiamo sviluppato rapporti con l'Acich, che riunisce importanti istituzioni culturali americane interessate a salvare il patrimonio artistico dell'Iraq».