Può un lucernario, essendo costruito in vetrocemento anziché in vetro semplice, escludere dalla tutela dei beni culturali la casa-studio di uno dei più grandi artisti del Novecento? Trattandosi della casa di Giorgio de Chirico a piazza di Spagna, si potrebbe definire metafisica la questione. Se non fosse surreale. Perché l'abitazione non può essere sottoposta a vincolo, come prevede il nuovo codice dei Beni culturali del 2004? La casa-studio dovrebbe rientrare senza alcun dubbio nell'elenco dei «beni mobili e immobili che presentano interesse artistico, storico, archeologico e etnoantropologico», come recita il decreto legge. E dovrebbero rientrare nell'elenco anche le opere di de Chirico, 554 tra dipinti, disegni e sculture, ereditate alla morte di Isabella Pakszwer Far, vedova dell'artista, dalla Fondazione che porta il loro nome. Queste opere sono oggi accatastate una sull'altra in appena dieci metri quadrati: tale è lo spazio del caveau di un istituto di vigilanza che le ospita al quartiere Aurelio. Mario Ursino, fino a due anni fa vicedirettore della Galleria nazionale d'arte moderna e studioso da tempo immemorabile del «pictor optimus», conosce queste opere una per una, avendole catalogate ed esposte nelle mostre da lui curate. Ha scoperto che nel caveau si vanno deteriorando e ha lanciato un appello per la realizzazione di un museo monografico nel centro di Roma dove sistemarle. Hanno risposto in duecento, tra storici dell'arte, critici, architetti, direttori di musei: da Antonio Paolucci a Paolo Portoghesi, da Renato Barilli a Maurizio Calvesi. Riuniti da un anno nell'associazione «Amici di Giorgio de Chirico», si sono incontrati ieri nella Sala della Crociera al Collegio Romano per fare il punto sulla situazione. Nel frattempo Ursino non ha ricevuto dalle istituzioni nessuna risposta alla sua richiesta riguardante le opere. È arrivata invece la risposta sulla notifica della casa-studio. Ed è da commedia all'italiana: la casa di de Chirico non si può tutelare perché le opere e gli arredi sarebbero stati spostati dalla vedova rispetto alla collocazione originaria, ma soprattutto perché «non risulta corrispondenza con quanto riguarda la legge di tutela relativamente alla tradizionale tipologia a lucernario, trattandosi di un solaio in vetro-cemento, posto a copertura della stanza di lavoro del maestro»: lettera firmata il 20 maggio 2013 dalla soprintendente comunale per i beni architettonici Costanza Pierdominici, e controfirmata il successivo 26 novembre dalla soprintendente regionale Federica Galloni. Anche se la legge non spiega quale sia la «tradizionale tipologia a lucernario». Anche se i tre piani superiori del palazzetto dei Borgognoni, dove l'artista ha vissuto gli ultimi trent'anni della sua vita, dal 1947 al 1978, è rimasta identica ad allora. «Il restauro degli ambienti e degli arredi, di tipico gusto anni Cinquanta, ove è stato possibile furono eseguiti con rigore filologico, secondo foto d'epoca e testimonianze storiche», confermano alla Fondazione, che dal 1998 ha aperto le porte della casa-museo al pubblico. Così tutti hanno potuto vedere che neppure un cuscino è stato spostato dai tempi in cui era abitata da de Chirico e dalla moglie Isabella. Sul carrello della stanza da pranzo c'è perfino la bottiglia mezza vuota dell'aperitivo preferito dall'artista, che tutti i giorni ne ordinava un bicchiere, insieme a due tramezzini, anche al Caffè Greco, dove scendeva a pranzare. I tremila visitatori che ogni anno entrano nell'abitazione possono constatare che nel salone d'ingresso c'è ancora la poltrona sulla quale i pittore riposava la sera guardando la tv senza audio. E sulle pareti sono appese una sessantina delle sue tele, in ordine cronologico, come lui aveva voluto. Al piano di sopra, le camere: sontuosa quella di Isa, monacale la stanzetta dove de Chirico dormiva da solo a causa della brutta abitudine di fumare il sigaro a letto. E infine l'atelier, con la copia incompiuta del Tondo Doni di Michelangelo ancora sul cavalletto, il camice grigio appoggiato sulla sedia, la luce che piove dal contestato lucernario, che lui aveva voluto in vetrocemento perché lasciava trasparire la luce proteggendo la privacy, dato che al piano di sopra c'era un terrazzo accessibile ad altri. Soltanto la piccola cucina è stata trasformata in segreteria. Ma non aveva molta importanza. I signori de Chirico non mangiavano quasi mai a casa.
Corriere della Sera
6 Febbraio 2014
✓ Entità verificate
Roma. De Chirico, la casa-studio e le opere senza tutela
LA
Lauretta Colonnelli
Corriere della Sera
La casa-studio di Giorgio de Chirico a piazza di Spagna è stata notificata alla tutela dei beni culturali, ma la sua esclusione è stata motivata dal fatto che le opere e gli arredi dell'artista sono stati spostati dalla vedova rispetto alla collocazione originaria. La casa è stata costruita in vetrocemento anziché in vetro semplice, ma ciò non è sufficiente per escluderla dalla tutela. La legge non spiega quale sia la tradizionale tipologia a lucernario, e il restauro degli ambienti e degli arredi è stato eseguito con rigore filologico.
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