Le ultime ore hanno visto Vittorio Sgarbi protagonista ambìto, discusso e contrastato nel concorso per la direzione del Museo Pecci. Il sindaco di Prato dovrebbe quantomeno far chiarezza sulla vicenda, visto che proprio a Cenni sarebbe da ricondurre la candidatura di Sgarbi. Se così fosse l'esclusione di Sgarbi dalla fase finale del bando varrebbe come bocciatura del progetto di Cenni teso alla ricerca di un direttore di prestigio. Tutto questo a favore di altri schieramenti locali e regionali che con l'uscita di scena del critico trarrebbero vantaggio nel finale di partita. Infatti, nello scontro diretto tra Sgarbi e alcuni concorrenti in lizza (Pratesi, Salvadori, Lucchesi, Cavallucci tanto per fare dei nomi di papabili fatti circolare sui giornali) non ci sarebbe stata partita, se si fosse tenuto conto del curriculum e delle esperienze professionali svolte in ambito sia pubblico sia privato, della forza mediatica e della popolarità acquisita. Tanto più che tra i candidati non è emersa finora una figura di manager capace di sfidare anche sul piano critico-curatoriale tutti gli altri, Sgarbi incluso i candidati, superandoli però per esperienza gestionale e amministrativa. La situazione creatasi è a dir poco imbarazzante, perché l'ostracismo nei confronti del critico ferrarese risulterebbe di natura ideologica o, peggio ancora, poggerebbe su pregiudizi di basso profilo. Vogliamo sperare che la commissione, chiamata a giudicare l'ammissibilità (e solo questa) delle «carte» presentate da Sgarbi, non si sia appellata a principii impropri ai fini di una seria e corretta valutazione. Ad esempio «presenza giornaliera», «impossibilità a gestire il personaggio», «colore» delle scelte curatoriali. Nessuno dei tre «commissari» ha il mandato come si legge nel bando e la competenza per scegliere i candidati in base a considerazioni critiche e storico-artistiche. Attendiamo di conoscere quindi le motivazioni tecniche. Quello che non può essere tollerato in un bando è l'ostracismo ideologico. La nostra epoca non consente più sbarramenti di questo tipo. Abbiamo imparato che la storia dell'arte è cosa diversa dalla storia del mercato e da quella delle ideologie. Fino a pochi anni fa Lucian Freud sarebbe stato tenuto lontano dal Pecci per far posto alla sola arte concettuale. Magari una mostra di Miyazaki porterebbe famiglie e turisti anche dalla «lontana» Firenze, ma sarebbe invisa ai curatori affiliati al sistema. Lo stesso avverrebbe con una mostra di Severini, di Philippe Starck o di Sebastião Salgado. Il Pecci ha urgente bisogno di un direttore indipendente, di ampie vedute, che sia in grado di trasformare il Centro d'Arte locale in un Palazzo delle Esposizioni a vantaggio della sua collezione che certo non può giustificare da sola investimenti eccezionali e una spesa pro-capite esagerata. Il bando sembrava scritto a misura delle necessità e ambizioni dell'amministrazione, in modo da superare la crisi progettuale in cui è affossato il Museo. La partecipazione di Sgarbi al concorso è stata una vera sorpresa. Avrebbe potuto sfruttare la corsia preparata per lui dal sindaco Cenni, affascinato dall'idea di rilanciare il Pecci con un programma «eretico». Invece, Sgarbi ha accettato di partecipare alla gara, sottoponendosi alla selezione con motivata fiducia. Nel testo del bando si legge infatti che «il Centro Pecci ricerca per il ruolo di direttore una figura di alto profilo culturale, dotata di esperienza, indipendenza e creatività». Indipendenza e creatività che certo non mancano a Sgarbi il cui profilo culturale è ben più alto di quanto vogliano far credere i suoi detrattori. A questo punto, solo elementi ostativi di tipo giuridico-amministrativi, errori formali, potrebbero motivarne l'esclusione. Evitando appelli al Tar e pasticci dell'ultima ora. La lettera di Sgarbi al sindaco di Prato, pubblicata domenica su questo giornale, forse solo apparentemente sembrava risolvere il problema. Cenni e il Consiglio direttivo ora dovrebbero infatti cercare un nuovo fuoriclasse tra i portatori di palla. I fuoriclasse sono difficilmente gestibili, ma alla fine riempiono gli stadi. I portatori di palla conoscono a memoria gli schemi, ma sono privi di talento. E senza le giocate di classe non si vincono le partite importanti, figurarsi i campionati.