Il passato: il passato che ha l'arte di irretirci, ma al tempo stesso è bravo a sgomentarci, in quanto le tracce che ha lasciato tracce che è impossibile non percepire ovunque, se solo si hanno occhi attenti e orecchie sensibili ci avvertono che anche il nostro tempo ha una scadenza improrogabile, e allora, attenzione, guai a sprecarlo, perché, una volta che è fuggito, niente da fare, non tornerà mai più. Il passato, dicevo, è ovunque, ovunque ci attornia ed assedia, protettivo e inquietante, ma vi son situazioni in cui è come se le sollecitazioni che trasmette divenissero più intense e coinvolgenti. Probabilmente perché, per un processo alchemico che non so spiegare, si verifica una sorta di sintonia tra il contesto in cui siamo e le esigenze che cuore e fantasia ci stanno chiedendo di appagare. Come è successo a me, quando qualche tempo fa m'è accaduto di visitare, in occasione di un «tour» organizzato da Guido Donatone per Italia Nostra, la basilica paleocristiana di Ventaroli, basilica che la gente del luogo continua a chiamare «Episcopio», perché è stata cattedrale fin quando (dopo il 1000) la diocesi fu trasferita a Carinola. Dunque: per quale motivo mi ha tanto colpito una chiesa di cui, lo confesso, fino ad allora avevo completamente ignorato l'esistenza? Beh, la prima ragione è che essa si trova fuori dall'abitato, è, come dire, un santuario contadino (nel corso dei secoli, a frequentarla saranno stati i signori del luogo, ma soprattutto la folla dei «cafoni»), e la strada per accedervi tuttora non è carrozzabile, sicché per percorrerla abbiamo dovuto destreggiarci tra i ciuffi di vegetazione e le pozze create dalla pioggia recente. Ma, almeno ai miei occhi, la difficoltà di accesso ha potenziato la sensazione di evadere dal presente, e di stare per tuffarmi in una realtà immota da tempo immemorabile, e, forse, alitante di occulte entità. Per cui mi son venute in mente le generazioni trascorse, capite, l'interminabile teoria di uomini e donne che, per centinaia e centinaia di anni, ogni domenica hanno imboccato questa strada. Soprattutto, ecco, ho pensato alle donne, alle donne che, una generazione appresso all'altra, dopo aver acceso il fuoco, fatto il pane, attinto acqua al pozzo, è lungo questo cammino che si son avviate alla chiesa: con indosso l'abito della festa, i bambini attaccati alle gonne, e l'ultimo nato in braccio. Per genuflettersi, una volta entrate, avanti alla Madonna raffigurata sull'abside: una Madonna in trono al di sotto della quale la schiera degli apostoli si snoda come in un sacro girotondo intorno a Gabriele arcangelo, mentre, ancora più sotto, si esibiscono strani elefanti con code equine e zampe di cervo. Sì, la scena è enigmatica e ammaliante. E di proposito l'ho descritta: in quanto l'altra ragione per cui la basilica di Ventaroli mi resterà impressa nella memoria son appunto gli affreschi che la ornano: affreschi, mi è stato spiegato, di valore inestimabile, perché antichi, antichissimi (alcuni, pare, risalgono al 1100) e che a me comunque è parso sprigionassero una suggestione immensa, quasi fisicamente percepibile e palpabile, come se la venerazione di cui così a lungo son stati oggetto li avesse impregnati delle infinite lacrime che innanzi a essi son state versate e come se sotto la festosa coltre dei colori ancora si ripercuotesse il battito del cuore degli innumerevoli devoti che, sospinti dallo strazio o dalla speranza, qui si son venuti a inginocchiare nel corso dei secoli. Oh, so bene che il discorso può valere per ogni chiesa e ogni dipinto d'argomento sacro. Ma, credetemi, a me mai come in questa basilica sperduta in mezzo ai boschi è successo di avvertire con così urgente concretezza l'accanito persistere del passato: e m'è sembrato di sentir le voci delle tante spose che in attesa del parto si affidavano alla Vergine dell'abside affinché l'angelo della morte non calasse a ghermirle tra gli spasmi del travaglio, e quelle delle tante madri disperatamente supplici per le loro creature aggredite da morbi crudeli. E non basta: ancor più tangibile e accattivante è il passato proposto dagli affreschi dipinti sulla navata destra, affreschi che, mostrandoci i «committenti» impegnati nelle loro attività artigianali (c'è il macellaio, c'è il vinaio, c'è il fabbro, c'è il calzolaio), rappresentano una davvero eccezionale raffigurazione della quotidianità d'un tempo, e, potremmo dire, una prima testimonianza sull'esistenza delle corporazioni (pensate: alle spalle di ogni artigiano ci sta un diavoletto che con la sua minacciosamente maliziosa presenza dovrebbe trattenerlo dal cedere alle «tentazioni» offerte dall'attività lavorativa). Insomma: a parer mio la visita all'Episcopio di Ventaroli dispone di un'intensa potenzialità emozionale. Ma, mi sembra necessario aggiungere, non dovete credere che esso sia l'unico sito degno d'interesse nella zona di Carinola. Vedete: è la località nel suo complesso a essermi parsa carica di suggestioni. Sia per il fascino dell'arte catalana di cui è impregnata (ma per forza, dato che Alfonso d'Aragona la predilesse per la ricchezza d'acque che la rendeva idonea alla caccia) sia perché tra i portali, gli androni e i loggiati dei palazzi che abbiamo visitato m'è sembrato come se più che mai la storia giocasse a rimpiattino coi suoi fasti e i suoi orrori. Nel senso che, se a palazzo Petrucci, lo stemma di famiglia abraso dalla facciata ci ricorda la drammatica fine di Antonello, giustiziato da Ferrante, con ancora maggior eloquenza a palazzo Marzano la diruta scaletta di servizio che metteva in comunicazione la loggia col cortile (e le cucine) sottolinea la volubilità del destino, perché rievoca il febbrile affaccendarsi dei servitori nel corso dei tanti conviti che senza dubbio Marino Marzano avrà festosamente bandito e presieduto, prima che la ruota della fortuna girasse all'inverso, ed egli, reo d'aver partecipato alla congiura dei Baroni (ma pure d'aver scoperto la relazione tra sua moglie Eleonora, figlia naturale di Alfonso, e il fratellastro Ferrante), concludesse tragicamente la propria vita. In conclusione, anche se ancor ignoto ai più, il circondario di Carinola merita di venir scoperto e indagato. Un intento a cui mirano sia gli studi dell'architetto Francesco Miraglia sia l'impegno di una cooperativa di ragazzi della zona che, consci del valore delle tradizioni locali, si dedicano con passione e efficacia a risuscitarle e promuoverle (Lilladis, tel. 0823939100).
Io, tra vegetazione e pozze alla scoperta degli affreschi nella basilica dei Ventaroli
Il testo descrive la visita al monastero di Ventaroli, una basilica paleocristiana situata fuori dall'abitato di Carinola. Il monastero è stato visitato durante un tour organizzato da Guido Donatone per Italia Nostra. La visita è stata impressionante per il testatore, che ha notato la difficoltà di accesso e la sensazione di evadere dal presente. Il testatore ha anche notato gli affreschi antichi e la suggestione che sprigionano. Ha pensato alle donne che hanno visitato la basilica per generazioni, e alle loro preghiere e suppliche. Ha anche notato gli affreschi che rappresentano la quotidianità di un tempo, e la rappresentazione delle corporazioni.
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