Con la cultura secondo un ministro dell'Economia di (controversa) fede berlusconiana non si mangia. Viene in mente il diffuso mantra populista che vuole non si mangi nemmeno con la legge elettorale e la riforma delle istituzioni. Naturalmente, detti così, gli assunti meritano invece precisazioni, una su tutte: di quale cultura si tratta, di quale legge elettorale e di quali riforme si sta parlando? Prendiamo l'università. Nella bella sala dell'Editoriale Scientifica ne hanno parlato lunedì mattina Giuseppe Palma, emerito di diritto amministrativo della Federico II, Giovanna Colombini, dell'ateneo pisano, coordinatrice di una ricerca in più volumi sul tema e Giancarlo Coraggio, in passato Presidente del Tar della Campania, poi del Consiglio di Stato ed oggi giudice costituzionale. L'autonomia di questo mondo il tema. Il che vuol dire evocare ed elencare gioie e dolori, il trastullo di politici in vena di esperimenti, la cattiva coscienza di docenti neghittosi e la sofferenza di quelli bravi, intercettare gli interrogativi angosciosi sul futuro anche di studenti di tutti i tipi (dal twittante compulsivo che studia dalle dispense al giovane serio che vuole formarsi bene) e delle loro famiglie. Chiaroscurali le diagnosi: l'università è passata nei secoli dall'essere luogo di formazione e riproduzione di intellettuali vicini al potere politico ed economico a strumento di formazione dei rampolli di una società democratica e pluralista, di cui salvaguardare l'originarietà pre-statuale degli ordinamenti, per Palma (ma assieme: di che qualità reale è la sua attuale autonomia, non è essa per caso il campo di battaglia di professori troppo burocrati e poco maestri?). Per Coraggio, si è in presenza di un universo variegato, in cui si aggirano troppi docenti, spesso frustrati e malpagati, alle prese col difficile compito di formare ad esempio a legge i giuristi teorici e pratici del post-positivismo, in grado di essere interpreti e regolatori critici delle società mutata (traduzione corriva di chi scrive: «Volete più soldi? Introducete il 'numero chiuso' e lavorate meglio»). Per la Colombini è il corpo sul quale si sono esercitati perlopiù con mediocri e infausti interventi di corto respiro e lesina crescente di risorse ministri ad hoc di ogni colore politico. C'entra qualcosa tutto questo con l'impegnato dibattito che su queste pagine ha visto confrontarsi nei giorni scorsi Piero Craveri, Carlo Iannello e Adolfo Scotto di Luzio sula storia e sul triste presente di Napoli e della Campania, nonché sul suo sperabile futuro migliore? Ritengo proprio di sì: nessuno mi leva dalla testa che se mettessimo in rete i nostri atenei, assecondando le sue pratiche migliori (ce ne sono, perbacco, assieme a quelle pessime), se valorizzassimo la nostra ricca cultura e le sue sedi ed energie (chiese, musei, altri monumenti, il conservatorio, i teatri e via dicendo; perfino le stazioni della nuova metropolitana, che a me continuano a sembrare «eccessive»), se investissimo sul turismo intelligente, se sapessimo meglio organizzare il nostro modo di accogliere gli ospiti (lo sottolineava giorni addietro, sempre su questo giornale, Paola Villani, che presso il Suor Orsola Benincasa dirige il corso di laurea a tanto indirizzato), avremmo ritrovato per dirla con Marotta, stavolta Giuseppe, non Gerardo il nostro oro, cui a volte passiamo accanto trascurandolo e snon comprendendone e valorizzandone lo splendore. Senza bisogno non è nemmeno il caso di sottolinearlo di inseguire la rutilanza inconcludente degli effimeri effetti speciali, siano o no tinti di arancione.