Il confronto in atto sul senso della mostra che sta per aprire i battenti può diventare occasione per un chiarimento strategico su cosa significa «fare cultura» a Bologna. Il che vuol anche dire interrogarsi sul modo più razionale d'investire soldi pubblici e privati negli eventi culturali cittadini. Semplificando, si può affermare che nelle città esistono due modi d'intendere le grandi manifestazioni culturali. Il primo è quello di chi, pensando in termini d'identità cittadina, predilige eventi capaci di offrire ricadute (culturali, non solo economiche) di lungo periodo. È evidente che questo modo di vedere sintetizza non di rado il punto di vista degli amministratori, attenti alle esplicite connessioni con il territorio e i cittadini. Se ci limitiamo all'ambito degli eventi senza addentrarci nel «gurgite vasto» della cultura come rete diffusa (peraltro ineludibile e decisiva anche per dare risalto agli eventi stessi) tutto ciò spesso si traduce nell'occupazione di spazi identitari per trasformarli in icone culturali più o meno forti e comunque in grado di riprodursi nel tempo. Per Bologna, ad esempio, questo significa conquistare e organizzare una serie di immaginari: la città di Giorgio Morandi, del jazz, della musica leggera, dei portici, dell'alimentazione, ecc. Tale strategia culturale ha un grande impatto perché mette in gioco il bisogno collettivo di costruire e rinnovare quei miti identitari con cui tradizionalmente si lega il passato al futuro della città. Il secondo modo è quello che mette in primo piano l'evento rispetto al luogo, considerandolo un'occasione per tutti. La città, in questo caso, fa da scenario per valorizzare la manifestazione nella convinzione che quest'ultima a sua volta valorizzi la città senza metterne in pericolo l'identità. Si tratta del punto di vista delle grandi metropoli o delle città universali: Roma, Venezia, New York, Londra, Parigi, Firenze solo per fare alcuni esempi. La scelta del salto «cosmopolita», cioè della città che s'impadronisce dell'evento, qualunque esso sia, richiede un investimento dal punto di vista della mentalità e dunque una profonda convinzione nella forza della propria natura identitaria. Garantire valore aggiunto a ciò che si ospita o limitarsi a fungere da sfondo anonimo di una grande manifestazione di cui nessuno si ricorderà la sede, dipende, unicamente dalla volontà, frutto di indispensabili sinergie, di fare di Bologna un palcoscenico potenzialmente universale. Ospitare cultura dunque non è l'opposto di fare cultura. Sono due volti della stessa cosa e dipendono dalla capacità della città di dominare l'evento o di diventarne teca anonima. Bologna è in grado di accettare la sfida, cioè, in questo caso, essere all'altezza, senza farsi confondere, di manifestazioni di questo livello o deve limitarsi a fornire la sede, le strade per raggiungerla e le pizzerie dove mangiare prima di andarsene? Le iniziative in atto sembrano suggerire che la sfida può essere vinta. Nonostante tutto, il capoluogo emiliano, con la sua millenaria convivenza con una prestigiosa università, ha la vocazione di «città aperta» e comunque in grado di garantire all'affascinante ragazza con l'orecchino un contesto degno della sua fama.