In gennaio a Milano sei librerie hanno chiuso i battenti. Questo dato, fornito dalla Camera di commercio, corrisponde in un mese alla metà dei negozi del genere che hanno gettato la spugna lo scorso anno. Nel triennio scorso, ovvero dal 2011 notava Paola D'Amico su queste colonne sabato 1 febbraio si sono celebrate le esequie di ben 58 presidi culturali chiamati, propriamente o impropriamente, librerie. Aggiungiamo che alla fine dello scorso anno si è arresa anche la Pecorini, storica distributrice dei piccoli editori. Sarà più difficile d'ora in poi «vedere» un libro particolare a Milano, perché occorrerà comperarlo direttamente su Internet, senza capire se è l'opera cercata o qualcuna che le assomiglia. Non ci stancheremo di ripeterlo: in libreria si scopre, in Rete si trova quel che si conosce. La moria dunque continua. Le ragioni sono le solite, legate all'affitto, all'aumento esorbitante di spese e tasse (queste ultime, a Milano, con i forti aumenti che pagheremo nel 2014 sono ormai insopportabili) e alla semplice constatazione che gli «aiuti» pensati dal Palazzo non sono sufficienti a fermare l'emorragia. Certo, una Feltrinelli è stata aperta nella nuova piazza intitolata a Gae Aulenti, ma le librerie che stanno dissolvendosi sono testimoni di cultura presenti capillarmente in tutta la città. Facciamo un esempio: le Riunite di via Dante, realtà che prese vita nell'autunno del 1945, è finita per sempre in questi giorni; e il corso pedonale ha perso anche la Rovello (aprì nell'Ottocento), chiusa alla fine del 2012. Resta soltanto, andando verso il Duomo, la bancarella di Sgarban, dopo il Cordusio, ultima superstite di una categoria che ha dovuto sopportare di tutto, in modo particolare l'incomprensione. Qualcuno crede che basti Bookcity per fare conoscere i libri e per salvare le vendite. Codesti eventi, pur con tutti i meriti, sono paragonabili a fiammate improvvise. Con tanta gente, autori più o meno brillanti, ma ci vuole ben altro per salvare la produzione editoriale e per farla conoscere. Occorre una presenza come quella delle librerie per mostrare le opere e per presentarne i contenuti ad eventuali lettori. Così come i festival di filosofia non salvano il pensiero, pieni dei soliti noti che girano l'Italia ripetendo la stessa relazione con il titolo cambiato, allo stesso modo occorre una presenza continua per consentire all'editoria di far conoscere quel che fa. I prodotti più leggeri, romanzetti e simili, hanno altri luoghi per essere venduti; i libri con un minimo di spessore, invece, soffocano quando chiude uno spazio come la Pecorini. Che dire? Il Palazzo si svegli e apra gli occhi su una realtà che riguarda anche i bimbi. I quali faranno tutto con Internet, ma forse è bene che prima conoscano qualche libreria. Hegel nella «Filosofia della storia» scrisse che, appunto, la storia del mondo non rappresenta altro che il pianto della provvidenza. Chiediamo a lor signori di non toglierci altra provvidenza. Magari per lasciarci soltanto il pianto (delle tasse).