Pier Giorgio Giannelli Presidente dell'Ordine degli architetti Il dibattito che si è aperto con la proposta dell'architetto Glauco Gresleri sull'area Staveco riporta in primo piano, ancora una volta, la scarsa propensione di questa città nel voler progettare il proprio futuro in maniera organica, secondo percorsi logici e lineari che guardino a un giusto orizzonte temporale, che possano rendere il nostro territorio migliore e adeguato alle esigenze di chi ci vive e, allo stesso tempo, interessante e appetibile ai soggetti economici che potrebbero essere interessati ad investirvi. È vero, l'amministrazione non ha fondi, ma questo, però, non può essere un alibi per andare avanti a strappi, secondo iniziative estemporanee legate alla possibile presenza di un investitore; invece a mio avviso sarebbe opportuno che le scelte fossero organiche e funzionali a un più generale progetto per le aree dismesse che possano ridisegnare e definire cosa sarà la nostra città nei prossimi anni e, soprattutto, a stabilire quali strumenti, normativi e procedurali, mettere in campo per facilitare questi processi di trasformazione e attirare operatori, che altrove in Europa sono numerosi, ma qui da noi faticano a decidere di investire per un quadro politico e normativo bizantino che non dà certezza di tempi e costi. Anzi, forse è proprio la carenza dei fondi che dovrebbe fornire un ulteriore stimolo per attivare quei percorsi progettuali che possano consentire il formarsi di un interesse verso il nostro territorio e le sue attività. La progettualità è alla base di tutto: senza progetti non è possibile accedere ai Fondi Strutturali Europei, numerosi e focalizzati proprio sulla riqualificazione urbana; questo ci impone giustamente la Comunità Europea, questo fanno gli altri Paesi. Su come progettare le trasformazioni noi abbiamo le nostre idee, ribadite in ogni consesso e occasione, i concorsi e la partecipazione attiva dei cittadini al percorso decisionale, che altrove sono la prassi, ma che da noi trovano scarsa eco. In questo modo, dibattere se alla Staveco vi andrà un parco, se sia giusto demolire l'edificio del Pirotecnico, se realizzarvi palazzine spero proprio di no o servizi per la collettività diventa un mero esercizio di stile, se non inserito in un più ampio progetto di riqualificazione delle aree dismesse, della mobilità, delle infrastrutture e degli strumenti normativi che dovranno disegnare la Bologna dei prossimi venti anni. Questo disegno, questa progettualità serve ora, subito, anche per dare prospettive di rilancio a tutta la filiera edilizia che si dibatte in una crisi drammatica e che ha portato alla chiusura nel solo 2013 di più di 1400 aziende. E che da tempo ha compreso e fatti propri i principi della rigenerazione urbana sostenibile, degli edifici e del territorio, ormai la sola strada percorribile, pena una letale marginalità.