Due anni fa moriva la gallerista che invitò Bacon e Restany sotto il Vesuvio La signora era bionda ma non era una vagabonda. Anzi, ogni movimento della sua ondulata chioma trasmetteva agli astanti la certezza che aveva preso le sue irrevocabili decisioni. Né si lamentava dell'atmosfera «umida», come canta il celebre brano di Rodgers and Heart: suo marito era il più fortunato archeologo subacqueo del Golfo. Era cresciuta come tanti tra via Fiorelli, via Filangieri, via dei Mille e via Orazio, allevando due figlie e un figlio, ma si era anche accorta che i confini del mondo non erano quelli. Anzi, il mondo che aveva concentrato i suoi interessi in quel triangolo si stava dissolvendo lasciando la città senza più giardini, immersa nella sguaiatezza e nel sopruso. La signora se n'era accorta già leggendo le ricette di cucina della suocera, Jeanne Carola, che accendendo i fornelli tentava di recuperare il gusto semplice, povero ma autentico, della moderazione e della tradizione. Fu però certamente un film a farle comprendere che la città aveva bisogno di una nuova lingua: «Le Mani sulla città», di Francesco Rosi. Era il 1963. A Napoli un paio di singulti di rinnovamento c'erano stati, col Gruppo 58 di Luca Castellano, con la Galleria di Montesanto e il Blu di Prussia di Guido Mannaiuolo. Ma tutto si era spento sotto il vecchio che resisteva. I galleristi impararono alcuni nomi: Armando De Stefano, Renato Barisani, Carlo Alfano, Augusto Perez, Lucio Del Pezzo, ma alle loro aste battevano soltanto scogli con le Sirene, casolari di Casciaro e vezzose villanelle. Alla signora presentarono un pittore, Gianni Pisani, insieme con la sua più diretta ispiratrice, Anna Caputi. Attaccata a una eterna sigaretta francese Anna aveva appena finito di estrarre dall'Accademia di Belle Arti un nocciolo che avrebbe dato ottimi frutti, il Centro Teatro Esse. In un sottoscala di via Martucci si esibivano Peppe Barra e Roberto De Simone, Giovanni Mauriello, Giulio Baffi e Leopoldo Mastelloni, la Compagnia di Canto Popolare, Eugenio Bennato, Fausta Vetere e Patrizia Schettino, con i costumi di Odette Nicoletti, scene di Giovani Girosi e Mauro Carosi, regista Gennaro Vitiello. La signora bionda ebbe un lampo negli occhi verdi e violetti: catturò un locale in via dei Mille, l'operazione «doveva» partire di lì. E si chiamò il Centro. Così la società borghese che aveva fiancheggiato Lauro e il sacco della città cominciò a guardare in se stessa e comprese che doveva svoltare. Niente più Magnasco, Casciaro e vezzose villanelle nei salotti di Posillipo, ma Perez, Duchamp, Pollock, Pistoletto, Capogrossi, il Kitsch, Albiani. Luccicanti metalli americani prendevano il luogo di diruti casolari e villanelle del Settecento. I primi acquirenti: Cabib, Iacono, Pacifico. La Napoli di Lauro scopriva l'arte contemporanea. La signora bionda si spostò a via Carducci, ma guardava lontano: con Pisani, Vincent D'Arista, e Maria Notte (la Galleria Inesistente), bruciò copertoni nel Vesuvio. Gli artisti spingevano, gridavano, cercavano di avvertirci che era cominciata l'era della Terra dei Fuochi. Operazione ripetuta col critico francese Pierre Restany e tanti italiani «all'estero». Un evento imperdibile, organizzato da Dina Carola, fu la mostra del grande e tormentato pittore inglese Francis Bacon, per la prima volta a Napoli. Ormai il terreno era arato, scoppiò Lucio Amelio, un tornado. Robuste esperienze in Germania, soprattutto all'Est, Warhol, Beuys, Rauschenberg mangiavano pizze e mozzarelle nei vicoli, la mostra «Terremotus», grazie al Banco di Napoli sbarca a Parigi, al Grand Palais. Scomparve Anna lasciando molti di noi senza voce. Scomparve Lucio e non aveva fatto poco. Due anni fa, il 4 febbraio, si chiusero anche gli occhi verdi e violetti di Dina Carola, che ci avevano fatto scoprire i colori splendenti, le linee spezzate dell'arte contemporanea, ma soprattutto il suo significato impalpabile, dinamico e pieno di interrogativi senza risposta
La signora che portò il contemporaneo a Napoli
La signora bionda, una gallerista di Napoli, aveva un grande ruolo nella scoperta e promozione dell'arte contemporanea nella città. Era cresciuta in una famiglia borghese e si era accorta che i confini del mondo non erano quelli. Leggendo le ricette della suocera, aveva capito che la città aveva bisogno di una nuova lingua. Fu il film "Le Mani sulla città" di Francesco Rosi a farle comprendere che la città aveva bisogno di un rinnovamento. Iniziò a frequentare artisti come Gianni Pisani e Anna Caputi, e aprì il Centro, un locale dove si esibivano artisti e musicisti.
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