Per i bilanci pubblici il 2014 rappresenta l'apice della crisi. Per stare in piedi si ricorre a vendite di beni e sforbiciate ai servizi. E, va da sé, si chiude la cinghia alla cultura. Come se ci fossero ancora margini per dimagrire. Il Comune di Brescia non fa eccezione. Inutile rammentare che in tutto l'occidente la crisi economica ha rafforzato e comunque non ridotto gli impegni nell'organizzazione culturale intesa come presidio della coesione sociale, antidoto al disagio ed al malessere. L'altra sera ho partecipato al consiglio della Fondazione civiltà bresciana che si poneva il quesito di come ridurre il bilancio del 50 per sopravvivere e non rassegnarsi alla chiusura. Faceva tristezza e un poco di vergogna vedere una ventina di illustri uomini di cultura, tutti volontari, discutere, con il cappotto allacciato per non sprecare riscaldamento, di come e dove elemosinare poche migliaia di euro per continuare ad aprire al pubblico la biblioteca, il fondo di ricerca, gli spazi di incontro di una agenzia di cultura che ha decenni di fatiche alle spalle, che custodisce migliaia di preziosi documenti della nostra identità. Ma non dissimile, salvo un poco più di termosifoni, sono le sedute del consiglio dell'Associazione artisti bresciani dove il dibattito è su come risparmiare sui francobolli della posta e sugli scatti del telefono. Il Comune elargisce diecimila euro alla Aab, ventimila alla Fondazione civiltà bresciana. La Provincia è sparita, la Regione inesistente. In analoghe acque stanno il Musil, per non dire delle decine di associazioni e cooperative sulla via del tramonto forzato, mentre grandi istituzioni come il Ctb trovano messaggi di riduzione del bilancio in dimensioni che non consentono la produzione. I risicati margini della gestione pubblica sono noti. Ma allora, questo è il punto, occorre cominciare a percorrere, da parte dell'ente locale e con riferimento alla cultura, almeno tre strade alternative. La prima riguarda la Regione Lombardia. Bisogna che i nostri assessori e consiglieri dimostrino che la Lombardia ha cambiato modello, non è più centralista, «milanocentrica», e costruisce un policentrismo autentico sul territorio, a cominciare dai fondi erogati alla cultura. Brescia merita, esige di più. La seconda strada è quella dei grandi sponsor. Enel, Eni, Telecom, Intesa, Unicredit, stanziano ancora oggi milioni di euro in sponsorizzazioni culturali. Possibile che a Brescia non arrivi un euro, che il territorio bresciano, cliente di prima classe di quei grandi fornitori, non abbia diritto ad uno sguardo, ad una attenzione? La terza è un faticoso lavoro di collegamento e di promozione con l'economia locale per costruire un fondo unitario di promozione per la cultura del territorio. E sarebbe un grande risultato se il Comune riuscisse almeno a convincere le associazioni industriali, artigianali, commerciali a sollecitare, come sistema, i citati grandi sponsor nazionali per un impegno doveroso sulla cultura bresciana.