Scandali: metti la proposta per un ascensore esterno accanto al Duomo per accedere in zona Madonnina. Chiamiamolo «campanile» ha intelligentemente auspicato Marco Romano. Infastidirebbe? Al «diversamente artistico» ci si abitua. Polemiche ci furono per la torre scenica del Piermarini e per il Dito di Cattelan. Oggi pochi contesterebbero l'opera firmata da Botta. Così per L.O.V.E, meta turistica fusa nella simmetria razionalista, di Piazza Affari. Altro contenzioso: dove mettere - sempre per supportare Expo - il Cavallo di Leonardo, dimenticato all'Ippodromo? Nel cortile del Castello Sforzesco, direi. La scultura, «interpretazione» dall'originale vinciano, si inserirebbe bene in un complesso che, a sua volta, di «autentico» conserva poco. La ricostruzione «storicista» di Luca Beltrami effettuata all'inizio del Novecento ha infatti risparmiato «frammenti» del progetto voluto nel 1450 da Francesco Sforza. Per Piazza Castello, il Comune ha recentemente annunciato la creazione di un'isola pedonale. La zona scarseggia di negozi, ristoranti e persino bar: più che a favore dei pedoni un provvedimento «contro» le automobili. Forse propedeutico a future location pubblicitarie: magari sull'ultimo modello di supercar. Scandalo: nel senso etimologico di «insidia». Raramente Milano si «scalda»: come dovrebbe. Per esempio per i ritardi sulla ormai indispensabile Grande Brera. O per l'ipotesi di un orto in Piazza Duomo: meno urgente rispetto ad altre priorità. Quali? Diciamo l'asfalto rabberciato di troppe strade. Diciamo marciapiedi (cocktail di bitume, tabacco e chewingum ) martoriati dal peso delle moto. Una pulizia latitante in troppi angoli della città. L'assuefazione alla sosta selvaggia. La difficoltà a combattere gli imbrattatori. Se è singolare che chi pedala sui marciapiedi non venga multato, lo è di più che i rappresentanti delle istituzioni incontrino quelli di chi imbratta . Arrivano anche dall'estero per imbrattare. Le tags sono vandaliche prepotenze. Per non vanificare il maquillage, Milano imponga la legalità. Mi avventuro io, adesso, su un terreno «scandaloso». Quel Cavallo di Leonardo concepito per celebrare il Moro contemplava anche un cavaliere. Solo il cavallo misurava oltre 7 metri d'altezza. Non fu mai realizzato perché le cento tonnellate di bronzo necessarie all'opera diventarono cannoni a difesa del ducato d'Este minacciato da Luigi XII. La «reinterpretazione» sui disegni ritrovati dallo statunitense Charles Dent realizzata da Nina Akamu si innalza per 8 metri. A Milano, nel 1999, il Cavallo arrivò diviso in sette parti successivamente saldate. Mi raccontò la Akamu: «La cosa straordinaria è che Leonardo aveva previsto una tonaca di terracotta dove versare il metallo fuso in un'unica colata». C'è chi si ostina a ritenere quell'inquietante messer Da Vinci solo un eccentrico artigiano. Quanti conoscono «quel» dettaglio? Pochi. Una accademica omissione: forse.