Cantieri aperti con i divi dell'architettura e poi sospesi. Bisticci politici. Soldi finiti. L'Apocalisse in ketchup di Paul McCarthy: la sua «Isola dei porci» fu l'ultima esposizione, nel 2010. Poi, palazzo Citterio, a Milano, ha lasciato fuori i visitatori: chiuso. Vuoto, offeso dal collettivo Macao, che l'ha occupato due anni fa. La sua ennesima vita è appesa in Triennale, dove sono esposti i progetti degli studi che hanno partecipato al bando indetto dalla Direzione lombarda dei beni culturali per il suo restauro. Anche le tavole dell'architetto Giovanni Tortelli, che con la sua equipe bresciana ha preso parte alla gara, peraltro concitatissima. Dimora patrizia che il Demanio acquistò nel 1972 con un assegno da 1 miliardo e 148 milioni di lire, appannaggio di creativi come James Stirling (il suo fu un cantiere fantasma), nelle sale di palazzo Citterio dovrebbero essere disseminati Picasso, Carrà e il Novecento delle collezioni Jucker e Jesi. Il progetto dell'architetto è scaturito, dice, «dalla dialettica tra le opere e l'architettura muscolare, torturata da restauri faraonici sospesi». L'appalto esigeva un progetto esecutivo che attingesse all'elaborato preliminare della soprintendenza. Durata del restauro: 720 giorni. Costo: 17 milioni di euro. Hanno partecipato tredici imprese, tra cui la Coge di Parma, che ha affidato il restyling a Tortelli. E qui il primo problema: «Quando una gara è rivolta alle imprese e non agli studi, alla fine vince il prezzo». Appunto: al posto numero uno della classifica provvisoria ci sono la Research Consorzio Stabile Scarl e l'architetto Amergo Restucci, che ha presentato un'offerta al ribasso del 38 per cento. Troppo poco: già si prevedono contenziosi, ritardi, aumenti di costo non previsti. «Dovesse essere confermata la classifica, ci saranno senza dubbio ricorsi» ipotizza l'architetto, sesto in graduatoria. O viceversa: se bandito dalla gara, pure il vincitore potrebbe chiamare gli avvocati. Il vaticinio non prima di marzo, comunque: la soprintendenza sta leggendo un malloppo da 700 pagine, in cui la Research Consorzio Stabile Scarl spiega come eseguire l'intervento senza lederne la qualità. Quanto al restyling pensato da Tortelli, è forse il più spregiudicato di tutti: «Diciamo che non ci siamo attenuti in modo rigoroso ai diktat. Ma la nostra è una sottrazione. Niente orpelli». In sintesi: l'elaborato della soprintendenza è stato buttato nel cestino. «Ci siamo calati nel palazzo, nella sua storia, con tutte le sue incongruenze e le scellerate colate di cemento». I due piani sotto terra e tre sopra saranno muniti di impianti nuovissimi. Quanto al parco che scruta l'Orto botanico e al verde: «Un giardino all'ingresso e, dietro, un bosco». Il punto forte è la scala in lamiera e resina, «materia povera solo in apparenza». Tortelli, del resto, ha esperienza: suo il cantiere di Santa Maria della Carità, restaurata dalla Cab. «L'approccio giusto dice è l'umiltà. Niente sicumera. Per il progetto di Milano ci sono voluti 10 sopralluoghi, sei persone, 2 mesi di studio». Se sarà allegato ad un ricorso, si vedrà. Intanto si può ammirare sul catalogo Skira o in Triennale (fino al 16 febbario) .