Il presidente Carandini: donazione intatta dagli Anni Trenta Questa è una storia molto borghese e molto milanese: l'ultima acquisizione del Fai, portata a termine lo scorso dicembre e presentata ufficialmente ieri, racconta una sorta di Buddenbrook meneghina andata in scena dalle parti di piazzale Aquileia, tra via Verga e via Giovio, proprio davanti alla Chiesa di San Francesco al Fopponino firmata da Gio Ponti. Gli interpreti principali sono i due fratelli Crespi superstiti (nessuna parentela con la presidente onoraria del Fai, Giulia Maria), Gianpaolo il neuro-psichiatra e Alberto il principe del Foro (tra i suoi assistiti Enrico Cuccia e Carlo De Benedetti) entrambi ultranovantenni: a loro la responsabilità di aver lasciato (in comodato d'uso) la casa di famiglia dove hanno vissuto (fino al 1996 con la madre Anna Cristina Mirabelli morta a 103 anni) e dove continuano a vivere. Mille e duecento metri quadrati divisi su tre piani, con oltre mille oggetti e 4 mila libri (soprattutto di legge)già inventariati dal Fai, una dimora (appunto) molto borghese rimasta intatta dalle origini (era stata progettata alla fine degli anni Venti, la famiglia Crespi vi andò ad abitare nel 1931), costruita su misura per una borghesia schiva e colta che non cercava lo scenario spettacolare che caratterizza (al contrario) un altro dei beni milanesi del Fai, la superba e lussuosa Villa Necchi. Il museo? Nascerà solo quando i fratelli Crespi non ci saranno più. Ma intanto si può già parlare di «una donazione unica come l'ha definita il presidente del Fai Andrea Carandini perché qui nulla è stato cambiato, ma anche perché rappresenta una nuova stagione della nostra associazione, quella che ispirandosi al National Trust inglese vuole prendersi in carico e far conoscere patrimoni meno glamour ma comunque significativi di epoche e modi di vivere, come le case operaie acquisite dal National Trust». Ma c'è di più: «Una svolta che in molti potrebbero seguire in un'epoca come quella odierna, fatta di balzelli e tasse che penalizzano chi vorrebbe al contrario non mandare disperso simili patrimoni domestici». Una scelta auspicata anche dall'assessore alla Cultura del Comune, Filippo Del Corno, mentre Marco Magnifico (vicepresidente esecutivo del Fai) ha sottolineato come «lo stile di questa casa non sia fatto di capolavori, ma di un allestimento studiato e rispettato in ogni suo elemento, dal pavimento ai lampadari». Al di la dell'ufficialità, rimane poi il fascino della storia dei cinque fratelli Crespi (oltre a Gianpaolo e Alberto c'erano Pietro, Giorgio e Ermellina) cresciuti in una famiglia che produceva arredi in metallo per uffici, ospedali e per navi (e dove l'ultima generazione è oggi rappresentata da Francesco e Monica, figli di Pietro, che hanno pienamente condiviso la scelta degli zii). In questa casa costruita nell'area del vecchio stabilimento si respira l'ambizione di una sicurezza nel segno della tradizione («Volevamo che niente fosse cancellato, il Fai ha rappresentato la migliore soluzione»), ma anche di quella grande passione per la musica (Bach prima di tutto) che «mi fatto distruggere un bagno per costruire un organo ancora funzionante» ha detto Alberto. Certo ci sono anche i quadri del Voet e del Baciccio e c'è la collezione personale di fondi oro di Alberto («Sono stato un bambino molto prepotente», dice, mentre Giampaolo conferma convinto) a suo tempo già donata al Museo Diocesano. Ma certo questi Buddenbrook milanesi preferiscono il silenzio allo spettacolo.