VENEZIA La nota diramata ieri sera da Palazzo Chigi annuncia l'intesa di massima sul Piano Casa. Un'intesa, che mette d'accordo governo e Regione, maturata al termine dell'incontro convocato a Roma tra i tecnici di palazzo Balbi e quelli dei ministeri. Nella sostanza, viene confermato il no al veto dei sindaci, ma allo stesso tempo viene riconosciuto ai Comuni la possibilità, «attraverso le procedure della variante semplificata dei piani urbanistici, di apporre limiti al nuovo Piano Casa» sui singoli edifici. VENEZIA Hanno vinto i sindaci. Ha vinto la Regione. E ha vinto pure il governo, abile a placare le inquietudini di democrats e alfaniani, gli alleati-contro. Insomma, hanno vinto tutti. Le «parole di nebbia» con cui è intessuta la nota diramata ieri sera da Palazzo Chigi, al termine dell'incontro convocato a Roma tra i tecnici della Regione e quelli dei ministeri dell'Ambiente, della Cultura, delle Infrastrutture e degli Affari regionali sul Piano Casa ter, lasciano margini d'interpretazione così ampi ai duellanti, da rendere impossibile il tentativo di dirimere la contesa una volta per tutte. Due soltanto sono le certezze. La prima: il governo tirerà dritto in direzione Corte Costituzionale su due punti, a onor del vero piuttosto marginali rispetto all'impianto complessivo del provvedimento. Si tratta dell'articolo 11, comma 1 e 2, che elimina l'obbligo di rispettare la sagoma esistente quando si interviene con una ristrutturazione e degli articoli 7 e 10, comma 6, che estendono gli interventi edilizi anche alle aree a rischio idrogeologico. La seconda certezza: la Regione rimetterà mano al contestato articolo 3, comma 3, e cioè la norma che prevede la possibilità di applicare i bonus del Piano fino a 200 metri di distanza dal lotto di partenza. Previsione, questa, che era all'origine di molte proteste tra i sindaci, in particolare nei Comuni turistici di montagna (su questo, per dire, faceva leva l'oramai celeberrima ricostruzione fotografica del primo cittadino di Asiago Andrea Gios, che mostrava uno chalet all'ombra del Sacrario della Grande Guerra). Sul punto focale della diatriba che da mesi si trascina tra la Regione e i sindaci, invece, resta in piedi più d'una perplessità. Il comunicato della Presidenza del Consiglio afferma che «durante il vertice è stato trovato un punto di equilibrio fra le esigenze regionali di sviluppo del territorio e le competenze comunali sulla tutela delle proprie zone». Da ciò si evince che questo aspetto è stato sostanzialmente «stralciato» e non sarà più impugnato di fronte alla Consulta. Qual è questo punto di equilibrio? «La Regione - continua la nota - si è impegnata ad apportare alcune modifiche alla legge riconoscendo ai Comuni la possibilità, attraverso le procedure della variante semplificata dei piani urbanistici, di apporre limiti al nuovo Piano Casa. L'impegno sottoscritto esplicita che gli interventi previsti dal Piano non troveranno applicazione per quegli edifici oggetto di specifiche norme di tutela urbanistica e territoriale anche in relazione a quegli strumenti che saranno approvati dai Comuni dopo l'entrata in vigore della suddetta legge. Rimane quindi fermo l'ordinario potere urbanistico dei Comuni interessati dalle disposizioni del nuovo Piano». Proprio qui, a ben vedere, sembra stare la chiave per comprendere l'esito del fatidico incontro: «Anche in relazione a quegli strumenti che saranno approvati dai Comuni dopo l'entrata in vigore della suddetta legge». Il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, capofila delle fasce tricolori in guerra con Palazzo Balbi, si dice soddisfatto: «Il governo ha dato pieno riconoscimento alle nostre ragioni, restituendo ai Comuni le competenze in materia di pianificazione del territorio che erano state scippate loro dal Piano. La Regione è stata costretta a fare marcia indietro, dovrà ritirarsi, e i bonus volumetrici non saranno più applicabili in deroga agli strumenti urbanistici approvati in consiglio comunale». Tutto bene? Mica tanto. Il vice governatore Marino Zorzato, che a Roma ha preso parte alla riunione tra i tecnici, legge il comunicato di Palazzo Chigi in modo diametralmente opposto: «Se i sindaci sono contenti, allora è andata alla grande perché sono contento anch'io e insomma, siamo tutti contenti. Intanto la legge non sarà impugnata nella parte relativa ai poteri dei Comuni e già questa è una buona notizia. Poi, per quanto riguarda i possibili limiti in variante, questi erano già previsti sin dall'inizio: se un immobile è vincolato, non può essere toccato dal Piano Casa. Se sarà vincolato a breve, perché l'iter della variante è in corso, non sarà toccato. Se sarà vincolato più in là nel tempo, perché il Comune deciderà di tutelarlo, non sarà toccato. Ovviamente, in tutti questi casi, sindaco e consiglio comunale si assumono davanti al cittadino la responsabilità di negargli i diritti riconosciuti dalla legge». A sentire Zorzato «il problema non esisteva», ma vien da chiedersi perché allora una miriade di sindaci, da destra a sinistra passando per la Lega, siano scesi in campo dicendogliene di ogni: «Anche durante l'incontro a Roma è emersa la necessità di chiarire questo punto sul piano tecnico-giuridico. Lo faremo, non c'è problema, anche se nella sostanza era già tutto stabilito. Vedremo se sarà sufficiente la circolare esplicativa a cui stiamo già lavorando o se sarà necessario aggiungere una riga alla legge, con il voto in aula». Peraltro Zorzato sostiene che nel corso del vertice capitolino sarebbe emersa un'altra novità, in grado di confondere ancora di più le acque: «Ad essere illegittimo, paradossalmente, era il vecchio potere di veto dei sindaci, che negava a cittadini nelle stesse condizioni di godere degli stessi diritti, a seconda che stessero in un Comune o in un altro. C'è chi ha ricorso al Tar, ed ha vinto». Tant'è, ora è tutto chiarito e s'è scoperto essersi trattato solo di un'incomprensione. Tutto è bene, ciò che finisce bene. Ma finirà davvero bene?