Tre sezioni e quattrocentosessanta pagine. Diciannove tra saggi e interventi redatti negli ultimi quindici anni per convegni, riviste e miscellanee. È questo e altro Libri e libertà. Biblioteche e bibliotecari nell'Italia contemporanea, volume di Alberto Petrucciani edito da Vecchiarelli e presentato ieri nella sede dell'Istituto Italiano per gli studi storici di via Benedetto Croce, alla presenza dell'autore, accompagnato da Simonetta Buttò, Marco Santoro e Marta Herling, segretario generale dell'Istituto. Petrucciani, ordinario alla Sapienza di Roma in Bibliografia e Biblioteconomia, ripercorre nel libro la storia delle biblioteche italiane a partire dal 1861, soffermandosi con attenzione sui profili dei protagonisti di questa epopea, da Serra e Passigli fino a Ferrari. Al centro del volume vi è il ruolo centrale delle biblioteche e dei bibliotecari per la diffusione del sapere, la difesa della libertà di cultura e informazione, la crescita individuale e della società. Una funzione che va oltre lo stereotipo si legge nell'introduzione del bibliotecario inteso come «umbratile custode di polverosi recessi», ma anzi ne evidenzia la centralità nel processo di crescita culturale del paese. Ma dove finisce lo stereotipo e dove inizia la realtà? «Lo stereotipo», risponde lo studioso, «ha delle sue radici, anche fondate, nella modalità di azione culturale della biblioteca e del bibliotecario. Un funzionario sobrio, modesto, una figura che non alza mai la voce, che sente con grande spirito di corpo il valore e la responsabilità del proprio lavoro. Ma proprio attraverso una azione di questo genere, queste figure hanno svolto una funzione fondamentale, quella della diffusione della cultura, anzi forse è più giusto dire di una resistenza culturale del paese». Negli anni del fascismo, per esempio «Sì, su quello ho lavorato molto negli anni, non solo per l'edizione di questo volume. Si tratta di due decenni in cui c'è stata una vera e propria resistenza culturale: alla censura, alle ingerenze politiche e dell'ideologia di regime. Certo si trattava comunque di funzionari pubblici, e questa funzione veniva esercitata sempre con le dovute cautele, non si tratta mai di cospirazioni. Ma si partiva dal concetto che il libro ''proibito" è prima di tutto un oggetto di studio, e come tale ne andava in qualche modo favorita la circolazione. Magari sotterranea». Una battaglia culturale che appare necessaria anche oggi? «Fondamentale, tanto più che agisce in un clima sempre più contrario alla difesa e alla diffusione del servizio pubblico a discapito di quello privato. I bibliotecari in questo senso continuano a essere un baluardo del servizio gratuito. In questo contesto vi è una battaglia sotterranea, quasi una missione, quella di provare ad alzare il livello culturale generale del paese. Dove per livello culturale intendiamo qualcosa di molto ampio, che passa anche per il comportamento elettorale, per la capacità di saper giudicare chi abbiamo davanti non per i suoi cinque minuti di gloria in televisione». Eppure qualcuno dice che con la cultura non si mangia. «Già. E infatti poi i giovani sono costretti a emigrare per la mancanza di ricerca e innovazione nel nostro paese». A Napoli è ancora vivo il ricordo dello scandalo del 2012, i libri scomparsi dalla biblioteca Girolamini. «Una pagina nera. Una delle cose più gravi successe in questo mondo almeno negli ultimi duecento anni. La protezione da parte di alti funzionari dello Stato di una rete di criminali che sottraevano beni di inestimabile valore a una biblioteca statale». Come è possibile che accada una cosa del genere? «Accade nel momento in cui i responsabili non sono persone competenti e assunte per concorso, ma nominati politici di cui si sa poco e nulla, fino a che non salgono agli onori della cronaca. Difficilmente, in caso contrario, potrebbe esserci spazio per azioni di questo tipo. Ma forse anche questo è specchio del nostro paese».