Arte e immigrazione possono essere un binomio vincente. Attraverso lo sguardo di uno straniero si può interpretare (e integrare) la ricchezza di un'opera. L'idea è nata alla Gamec nel 2007, prima galleria in Italia a inventare la figura del «mediatore museale». Il merito spetta a Giovanna Brambilla, mentre a insegnare a tessere il filo delle narrazioni, che diventeranno patrimonio audio, è stata Maria Grazia Panigada. A renderla propria oggi è la Pinacoteca di Brera che affida a un gruppo di stranieri l'opportunità di valorizzare la propria collezione attraverso percorsi tematici e individuali. Il progetto ministeriale si chiama «Brera: un'altra storia» ed è finanziato da Fondazione Cariplo e dagli Amici di Brera e dei musei milanesi (fino al 25 maggio, info: www.brera.beniculturali.it). Quattro mediatori su otto sono «nuovi» bergamaschi. Primo esperto è Almir San Martin, 52 anni, peruviano, che è già intervenuto al Museo del Novecento su Pellizza da Volpedo. È arrivato a Bergamo 17 anni fa e si è accostato a questo lavoro per rompere un tabù. «L'arte è un modo per istruire i nuovi cittadini senza un trattamento impari, ma sfruttandone il potenziale creativo», ammette. La sua opera emblema è «Catrame» di Alberto Burri, che fa parte della collezione permanente alla Gamec. «Per noi latinoamericani ha un significato preciso spiega . Siamo abituati a lavorare nell'edilizia con materiali a 50-60 gradi, quando ho mostrato l'opera, un ragazzo si è fatto avanti dal fondo della fila, ha alzato le maniche mostrando le braccia bruciate e ha detto: anche questa è un'opera d'arte». L'esperienza di Almir serve per filtrare e interpretare anche quadri celebri come il Cristo morto del Mantegna, a Brera: «Mi fa pensare al dolore per la morte di mia sorella, ma Gesù mi ricorda anche Che Guevara, icona della rivoluzione, tradito dai suoi». Diverso il punto di vista di Anita Gazner, 43 anni, arrivata dall'Ungheria ad Albano San'Alessandro, 24 anni fa, per amore, oggi insegnante di italiano per gli stranieri. «Quando finisco un corso di studi porto, come premio, le classi nelle gallerie racconta . Molti alunni vengono dall'Africa, pertanto per rompere il ghiaccio mostro "La portatrice di acqua" di Massimo Campigli, alla Gamec: è il mio elemento di partenza per iniziare l'esplorazione artistica». L'arte abbatte i pregiudizi, che spesso sono gli stessi stranieri a attuare su se stessi: «Pensiamo alle donne arabe, per vedere una mostra devono magari prendere il bus per la prima volta nella loro vita». Anita cita un'opera che le ricorda le sue origini: «La rissa in galleria» di Umberto Boccioni, storia di una città che nasce nell'800. «Vedo la mia Budapest che si è unita nel 1873, ma anche la nascita della Milano moderna». Dal Senegal arriva Dudù Kouate, 50 anni, percussionista e custode al museo del Risorgimento in Città Alta. Vive a Curno ed è arrivato in Italia con un visto 25 anni fa: «Studiavo lingue e volevo andare a Londra. Mi sono fermato a Messina, ho fatto il vu cumprà e sono entrato in un gruppo musicale,i Kunsertu, poi sono venuto al Nord perché c'era lavoro. Ora quando torno a Dakar sento la nostalgia, che chiamo il mal di Bergamo». La prima esperienza di mediazione l'ha vissuta con i bambini di una scuola elementare: «Era il 2004, ricordo che ognuno mi portò un euro lire e per ringraziarmi mi donarono un libro di fiabe africane». A rappresentare la società di oggi, per lui, sono i «Re magi» di Gaudenzio Ferarri, quadro custodito a Brera. «Ai miei occhi è la metafora della multiculturalità, della storia dell'umanità, degli immigrati, loro stessi portatori di cultura». La storia più sofferta è quella di Bilijana Dizdaveric, psicologa. Ha 62 anni e viene da Sarajevo. In Italia è arrivata nel 1992 per sfuggire al genocidio. Vive a Gorle. «Parlavo solo inglese, credevo che l'Italia fosse un rifugio temporaneo, ma la drammatica situazione del mio Paese ha fatto sì che rimanessi qui». Nel ventesimo anniversario della guerra nei Balcani si trovava a Brera. «L'arte mi ha permesso di elaborare il dolore», riflette a voce alta. La «sua» opera è la Pala Montefeltro di Piero della Francesca, con la Madonna che sacrifica il Bambino: «Io al contrario sono una madonna ribelle, scappata dagli orrori per salvare i miei figli». Tuttavia per Bijliana nessuno può sfuggire all'arte: «È una sabbia mobile, cerchi di rimanere in superficie, ma ti costringe ad andare a fondo, ti trascina nella tua interiorità».