Leggere Bruno Zanardi, uno dei più noti restauratori italiani (ha lavorato sui rilievi dell'Ara Pacis, della Colonna traiana, ha operato sugli affreschi della basilica di Assisi e del Sancta Sanctorum del Laterano di Roma) significa imbattersi in un nemico dei luoghi comuni del benculturalismo , ovvero di quella truffa (parole sue) legata al restauro che cominciò a dilagare nei primi anni Ottanta del secolo scorso. Per spiegarsi meglio, e andare a fondo della questione, Zanardi ha scritto un saggio che conferma, a chi lo conosce, la sua furiosa passione civile: Un patrimonio artistico senza Ragioni, problemi, soluzioni edito da Skira (e 18, pp. 166). Zanardi rivendica le sue radici, l'essere stato l'allievo e l'interlocutore prediletto di Giovanni Urbani, straordinario intellettuale e atipico direttore dell'Istituto centrale del restauro tra il 1973 e il 1983. E si vede, soprattutto nella capacità polemica. A pagina 30 si legge la surreale cronaca di uno pseudo-restauro, deciso «in una città poco sotto il Po», per il monumento bronzeo a un caduto della guerra 1915-18. Lo si affida a un direttore dei lavori che ordina la pulizia interna con gli stessi materiali e mezzi per lo spurgo fogne e progetta di tagliare le braccia della statua con la fiamma ossidrica per spostare il monumento. Soprintendenti che «ripristinano» edifici storici sempre e solo con la solita tinta, il cremino Fiat («a prescindere, come diceva Totò», sottolinea sarcastico Zanardi). Direttrici di musei comunali dell'Italia centrale che vogliono a tutti i costi restaurare una tela di Orazio Gentileschi «pulita per i prossimi mille anni» semplicemente perché è stato stanziato un fondo ministeriale di 10 mila euro. Ce n'è anche per i Bronzi di Riace «al terzo restauro dal 1980». Zanardi raccoglie lo sfogo di un custode: «Li vedevo tutti i giorni, erano perfetti, bastava spolverarli, roba di una settimana. E da qualche centinaia di euro». E invece, come si sa, è stato effettuato un vero restauro da un milione di euro. Naturalmente è il giudizio di Zanardi. Ma che conta molto, trattandosi appunto del restauratore che è. Il saggio non si limita (sarebbe troppo banale, visto l'autore) a un elenco di distruzioni, arbitrii, sperperi di denaro pubblico, restauratrici che parlano come le macchiette in romanesco di Franca Valeri, episodi raccapriccianti (quegli allievi di Salvatore Settis costretti, da un sedicente direttore dei lavori, a lavare sculture romaniche con sostanze misteriose che trasformano le opere in gesso). Zanardi analizza «l'agonia» dell'Istituto centrale del restauro, contesta certe perversioni della privatizzazione, si chiede a che punto sia il destino della categoria degli storici dell'arte e degli architetti, si chiede chi possa davvero dirsi «restauratore». Alla fine, un breve ma confortante capitolo di buone notizie. Cioè di restauri riusciti, di vera tutela, di architettura contemporanea bella e sensata (la Place de Toscane a Val d'Europe nel distretto di Marne-la-Vallée). Affinché il titolo del suo saggio non ci rimanga in mente con quella triste conclusione che manca, ma si intuisce: un patrimonio artistico senza futuro.