Pezzetti: l'odio contro gli ebrei è come un fiume carsico Quando ci sarà, il museo della Shoah vicino villa Torlonia, dovrà assolvere un compito piuttosto gravoso: «È una risposta all'antisemitismo, perché questa forma d'odio è come un fiume carsico», spiega Marcello Pezzetti, che ne sarà il direttore scientifico. Per vederlo in azione, però, bisognerà attendere ancora. Perché solo in Italia tra lungaggini amministrative e scartoffie burocratiche capita che per un'opera largamente condivisa, «nata» sotto il centrosinistra e portata avanti dal centrodestra, ci possano volere più di dieci anni. Undici, per la precisione, a patto che come dice il presidente della Fondazione Leone Paserman «tutto vada bene». Seguendo il cronoprogramma, si arriva almeno a settembre 2016: e, dell'idea di costruire un museo della Shoah (che si avvicini allo Yad Vashem di Gerusalemme o all'Holocaust memorial museum di Washington), se ne parla dal 2005. Poi, però, dopo l'individuazione dell'area, c'è stato il Piano regolatore approvato a marzo 2008: la zona dove deve sorgere il museo veniva adibita a verde pubblico, con eccezione per gli edifici pubblici. E, per andare avanti, serviva una variante urbanistica. Il cambio di amministrazione via Veltroni, dentro Alemanno ha provocato qualche rallentamento, lo «scivolone» del sindaco ex Msi in Israele («Il fascismo non fu il male assoluto», disse al Corriere ) creò ripercussioni per mesi e portò lo stesso Veltroni a dimettersi dalla Fondazione. Dopo qualche stopgo , si è ripartiti: Alemanno andò ad Auschwitz, disse che «fascismo e nazismo sono sullo stesso piano», ricucì i rapporti con buona parte della Comunità ebraica e, soprattutto, si impegnò a portare avanti l'idea del museo. L'ultimo sì, in Assemblea Capitolina, è di gennaio 2012 quando l'aula (all'unanimità, ma uscirono un paio di consiglieri di centrodestra) votò a favore del progetto definitivo di Luca Zevi e Giorgio Tamburini. Finita? Nemmeno per sogno. Perché, a fine anno, Alemanno fu costretto ad andare dall'allora premier Mario Monti a chiedere di sbloccare il patto di stabilità almeno per i 21 milioni di investimenti necessari per il museo a Villa Torlonia. Ora che, faticosamente, tutte le caselle sembrano a posto, si comincia sul serio. Lo spiega Paserman: «La commissione nominata sta valutando le 24 offerte pervenute. Entro febbraio l'aggiudicazione provvisoria, ad aprile, salvo ricorsi, quella definitiva». E dopo? «La progettazione esecutiva può durare anche sei mesi. Realisticamente, i lavori possono iniziare in autunno. Durata 24 mesi, almeno». E siamo, «se tutto va bene», a settembre 2016. Un iter lunghissimo, un investimento importante: «Oltre i 21 milioni per la costruzione, ne serviranno altri 15 per l'allestimento», prevede Pezzetti. Tanto che, dentro la Comunità ebraica, ma anche nella politica, c'è chi ha pensato un piano B: allestire il museo della Shoah in uno spazio già esistente. Tipo gli ex Mercati generali, una caserma dismessa, un padiglione del Forlanini. Ipotesi scartate: «Si ricomincerebbe da capo. E non si spende meno: per mettere il Macro nella ex Peroni a via Nizza ci sono voluti 40 milioni...», dice Paserman. Nel frattempo, il 17 gennaio, è stato rinnovato il Cda della Fondazione. Dentro Ignazio Marino, fuori Gianni Alemanno che quando divenne sindaco volle la presenza di Veltroni nel Cda. Ora, cambiato il sindaco, Veltroni è rimasto e Alemanno è fuori. E addio Cda bipartisan.