«OGGI non basta mettere un cartello "vendesi" sui palazzi, il mercato non risponde. Bologna è sempre stata un laboratorio, ora può diventarlo per le linee di valorizzazione degli immobili pubblici». Gualtiero Tamburini, ex presidente di Nomisma, sta studiando come restituire alla città un'area complessiva di 1 milione di metri quadri di proprietà pubbliche, dai Prati di Caprara all'area del Ravone, delle Ferrovie. Tamburini, lei studia aree preziose, ma abbandonate. Come si può intervenire? «Oggi sono dei buchi neri, ma è l'occasione storica della città. Possono diventare detonatori di miglioramento della qualità urbana e di sviluppo. Bologna va considerata non come città da 350 mila abitanti, ma come capitale di un agglomerato urbano da 4 milioni di abitanti». Come si fa? «Noi stiamo studiando area per area, edificio per edificio tutte le potenzialità, alle attuali condizioni di mercato, di questi beni pubblici. Ora, ci si può chiedere se puntare alla valorizzazione di ogni bene oppure in maniera unitaria. Nell'ipotesi della valorizzazione unitaria, si può immaginare uno strumento come un fondo di investimento immobiliare, che è lo strumento con cui gli investitori possono affacciarsi». In parole povere? «Prima di vendere queste aree, bisogna fare un lavoro preliminare, con la soprintendenza e sull'impatto ambientale. Bisogna anche chiedersi: gli uffici che possono nascere lì, a chi possono interessare? E le case? Serve sia l'investitore che l'utilizzatore. Quindi in realtà si tratterebbe del braccio operativo del piano strategico comunale». Non teme l'ira dei costruttori? «Non è un'operazione in concorrenza con quelle già in corso: l'offerta aggiuntiva dovrebbe portarsi dietro una domanda aggiuntiva. Cioè spazi per aziende che arrivano solo ora in città, come Gazprom, campus per nuove università, come ad esempio un'espansione della Johns Hopkins University e via dicendo. Il ritorno sarebbe formidabile». (e. c.)