QUANTE persone avranno seguito la prima delle molte settimane dei cicli culturali del Ducale? Tremila? Quattromila? Se ci mettiamo anche quelle che hanno affollato la Corte e il Genovese per ascoltare letture e commenti dall' Iliade e dall' Odissea e i più piccoli ma non pochi gruppi che hanno seguito, nelle varie sale e biblioteche, altre conferenze e iniziative, arriviamo a misurare gli spettatori attivi della cultura a Genova, in cinque giorni, con numeri quasi da stadio. Una cosa eccezionale: ci sono una attesa, una voglia di sapere e un' organizzazione per soddisfarle che non hanno uguali in nessun' altra città d' Italia. E si noti che si tratta di lezioni impegnative, ancorché chiare e sempre ben presentate. Beltrametti ha spiegato i rudimenti del sistema solare; Bodei ha riflettuto sul nesso che lega coscienza e tempo; Settis ha illustrato la Colonna Traiana; Omero non è Fabio Volo...: una sfida non facile per l' uditorio, che l' ha affrontata con serietà e partecipazione convinta. Guardavo il Salone del Ducale gremito all' inverosimile quando Massimo Cacciari parlava del male in filosofia: un migliaio di persone, buona parte in piedi, ascoltava attenta e pensosa in uno di quei momenti magici in cui docente e allievi sono protesi in un parallelo sforzo di spiegazione e comprensione. I L TEMA che affrontava Cacciari, il male, aprirà anche la settimana che comincia domani: opportunamente, nel giorno della memoria un rabbino parlerà del male. Grande mistero il male: quello subìto, inevitabile, delle malattie, della morte, delle catastrofi naturali, delle disgrazie, e quello voluto, deliberato, inferto, della violenza, della sopraffazione. La Shoah rimanda soprattutto a questo secondo, al male che è proprio ed esclusivo dell' uomo (gli altri mali toccano a tutti gli esseri viventi), al male fatto e perfino accuratamente programmato, preparato, come nei campi di sterminio. Perché l' uomo fa il male per il male? Perché niente lo attrae come lo spettacolo del male, specie se gratuito e feroce, inflitto a vittime deboli, innocenti, casuali? Ci sono stati tanti tentativi di risposta, col solo risultato di farci notare i limiti di ognuno di essi, filosofici o religiosi che siano. Non c' è da stupirsene. Il male è più forte e più grande di noi e, come è difficile per noi vedere per intero la terra su cui pure abitiamo, così ci è impossibile dominare questa forza negativa che ci sovrasta. Il male è il banco di prova della nostra libertà, direbbe Cacciari: se non ci fosse, non avrebbe neppur senso la nostra libertà, che si mette in moto solo perché possiamo scegliere tra male e bene. Ma il male resta un mistero. In compenso, sul bene sembra tutto chiaro. La nostra società è sempre più incerta nel definire il male. Sono finite le certezze religiose e ideologiche che lo identificavano con precisione e lo additavano all' esecrazione degli uomini. Però siamo sempre più convinti di sapere cos' è il bene, forse perché lo decliniamo al plurale, ne inseguiamo tanti, ne abbiamo uno per ogni occasione e situazione, crediamo perfino di sapere quale deve essere il tipo di bene che una madre deve volere al figlio, come sembra sia successo a Rapallo dove la legge ha tolto la bambina a una mamma che le vuole un bene, pare, non conforme ai canoni degli assistenti sociali. Mentre il male si assolutizza e si fa inafferrabile, il bene si relativizza e si lascia definire in formulette psicosociologiche, a metà strada tra benessere materiale e modelli astratti di felicità, sbandierati dalla pubblicità e imposti dai manuali di psicologia. Un tempo c' erano la certezza, l' orrore del male e la speranza, l' attesa del bene (trasferito addirittura oltre la vita). Oggi ci sono la sicurezza, la presunzione del bene, e l' inafferrabilità, l' attrazione del male, che deprechiamo, ma corriamo a vedere nel film violento o nell' incidente in autostrada. Tutti crediamo di sapere cosa è bene, e non sappiamo più nulla di ciò che è male. Non ci vorrebbe un po' di meditata cautela nel proclamare il bene e un po' più di nettezza nel definire il male? Non sarebbe meglio riconoscere e fuggire il male con avveduta prontezza ed essere pensosi e cauti nel definire il bene? Perché succede l' opposto? Non sarà che la nostra incapacità a spiegare e a dominare il male deriva proprio dalla nostra supponenza, faciloneria del bene? E se per capire (e quindi controllare) il male dovessimo cominciare col rispettare il mistero del bene, che non è meno grande di quello del suo terribile avversario? Beh, intanto un bene lo abbiamo colto, questa settimana quia Genova, edè la voglia di tanti di farsi delle domande come queste, di saperne di più prima di darsi delle risposte.
LIGURIA - Voglia matta di cultura
La settimana dei cicli culturali del Ducale a Genova ha visto una grande affluenza di persone interessate a partecipare alle lezioni e conferenze. Tra i temi trattati, il male e il bene, sono stati affrontati con serietà e partecipazione convinta. Il male è stato definito come un mistero che non può essere dominato dall'uomo, mentre il bene sembra essere più chiaro e definito. Tuttavia, la società moderna è sempre più incerta nel definire il male e tende a relativizzare il bene. La questione del male è stata affrontata da vari docenti, tra cui Massimo Cacciari, che ha parlato del male in filosofia. La settimana ha visto anche la partecipazione di un rabbino che parlerà del male nella memoria.
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