E Patroni Griffi sbottò: «Il governo non cadrà mica qui...» VENEZIA In questa querelle infinita sul Piano Casa, culminata venerdì con la decisione del governo di trascinare la Regione davanti alla Corte Costituzionale, c'è il Veneto. Il Veneto travolto dall'onda di una crisi a cui non era abituato, che mentre annaspa guarda speranzoso alla scialuppa offerta da una legge che «ha già salvato 7 mila imprese e 11 mila lavoratori, generando investimenti per 2,8 miliardi di euro», per dirla con le parole del vice governatore Marino Zorzato che ne è l'autore, e insomma «se il comparto del restauro ha segnato un più 5,8, mentre tutta l'edilizia perdeva il 28, un motivo ci sarà». Ma c'è anche il Veneto stanco dello spontaneismo edilizio che ha devastato intere campagne, oggi costellate di villini con annessi capannoni in molti casi vuoti, in altrettanti finiti a rinsaldare lo stato patrimoniale di qualche banca in attesa di tempi migliori; il Veneto che vorrebbe archiviare il Pil per iniziare a misurare il suo benessere con il Bil (la bellezza interna lorda) ma intanto s'è svegliato scoprendo che in 40 anni 1.800 chilometri quadrati di campi, l'equivalente dell'intera provincia di Rovigo, se ne sono andati via in cemento ed ora si affanna a studiare leggi buone a rimediare. E c'è il Veneto dell'ideologia e della demagogia, dello scontro politico che oscilla tra Venezia e Roma, tra partiti che qui si fronteggiano e lì vanno a braccetto, in un cortocircuito che stritola cittadini e imprese. Questa legge, che con le due che l'hanno preceduta costituisce uno dei provvedimenti più importanti varati dalla dalla giunta Zaia (il più importante?), nasce con un peccato originale, quello d'aver tolto ai Comuni il potere di dire anche solo una parola sui bonus edilizi applicati sul loro territorio. Una drastica virata rispetto ai primi due Piani, che Zorzato ha giustificato con la necessità di dare «uguali diritti a tutti i veneti» dopo che si è scoperto che a Piove di Sacco sono state aperte il doppio delle pratiche che a Padova e lo stesso è accaduto a Castelfranco rispetto a Treviso e a Chioggia rispetto a Venezia. Stupisce, però, che il vice governatore, noto per i modi felpati e l'atteggiamento prudente, non abbia valutato le micidiali conseguenze politiche di questa novità. O forse le ha valutate ma l'indole inguaribilmente berlusconiana (nonostante ora stia in Ncd), quella della «stanzetta in più» e delle «partite Iva sempre nel cuore», ha finito per avere il sopravvento. Il risultato è un fuoco di fila capace di ammaccare anche l'amministratore più scafato, aperto da uno squadrone che arruola sindaci (forse gli ultimi mohicani di questa politica assediata dal disprezzo e dall'insofferenza della gente), ambientalisti, professori universitari, intellettuali, armati di rendering spaventevoli e di una convinzione: «Sarà uno scempio!». Il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, esibisce tabelle che riducono il suo centro storico ad un gigantesco bed breakfast, un «turistificio». Il collega di Padova Ivo Rossi mostra anonime palazzine oscurare l'abside della chiesa del Torresino, la Città Giardino, i portici di Corso Milano. Gli amministratori dei condomini commentano perplessi: «Sono immagini utopiche, ci vorrebbe il consenso di tutti i proprietari e andrebbe rivista completamente la tenuta statica degli immobili». Il presidente dei costruttori di Padova, Luigi Ornetto, sbotta: «Sono iniziative vergognose e offensive, figlie di una politica commediante e inconcludente». Ma intanto il sindaco di Asiago, Andrea Gios, spedisce ai giornali fotomontaggi con villini a due passi dal Sacrario della Grande Guerra. Un pugno nello stomaco, che Zorzato tenta di scansare: «Ma lì è impossibile applicare il Piano Casa!». Tant'è, ciascuno racconta la sua verità, si tratta solo di decidere a chi si vuol credere. Il governatore Luca Zaia, che vede nei sindaci i massimi rappresentanti del «popolo», si mostra distaccato e, a dispetto delle abitudini, silente. Niente comunicati stavolta. Anche perché i primi cittadini della Lega sono furibondi quanto e più degli altri: hanno perfino scritto una lettera per bloccare tutto, ottenendo come effetto che al momento del voto in aula, nella notte del 29 novembre, il Carroccio si è frantumato in mille pezzi e la legge è passata con appena 28 voti a favore (su 60; i contrari erano 17; tutti gli altri se n'erano furbescamente andati a letto). Zorzato, con quel che resta del Pdl, è isolato dall'alleato, prova a contrattaccare («Ma se i sindaci tra Pat e varianti hanno chiesto 100 milioni di metri cubi in più! E i cementificatori siamo noi?») ma il Pd lo infilza da ogni parte, convegno dopo convegno, rendering su rendering, mentre nei Comuni i democrats costringono gli uffici tecnici a disapplicare la legge, e pazienza se a rischiare sono dirigenti che rifiutano il via libera alla pratica. E siamo a venerdì: la vicenda, ormai tutta politica e preda di risalenti rivalità personali (come quella tra Zorzato e l'assessore leghista all'Ambiente Maurizio Conte, i ras di San Martino di Lupari) approda fin sul tavolo del governo, dove però Pd e Ncd sono alleati. Scoppia un putiferio. Il ministro per lo Sviluppo economico Flavio Zanonato, spalleggiato dai colleghi agli Affari Regionali, all'Ambiente e alla Cultura (tutti Pd), litiga con Maurizio Lupi, titolare delle Infrastrutture (Ncd) e dal big bang governativo esce «un'impugnazione parziale» di fronte alla Corte Costituzionale che può essere solo brodo primordiale per altri guai. Il sottosegretario alla Presidenza Filippo Patroni Griffi, uscendo dal consesso, esclama stupefatto: «Ma dimmi te!, stava per cadere il governo sul Piano Casa del Veneto». In effetti, son cose da non credere. Toccherà ora ai giudici, come sempre più spesso accade in questo Paese, dire alla politica che deve fare, benedicendo «i paladini delle bellezze del Veneto» e condannando «i cementificatori al soldo degli speculatori». Resta solo un'ultima considerazione, in questa vicenda che tratteggia un Veneto assai più «italiano» di quanto vorrebbero far credere certi bellicosi propositi indipendentisti. Per la prima volta l'unione dei sindaci di Venezia, Padova e Treviso, piazzatisi alla guida dei Comuni in rivolta, ha dimostrato come la famigerata PaTreVe non solo può tener testa alla Regione ma addirittura metterla in difficoltà, misurandosi da pari agli occhi di Roma. Chissà, forse è anche per questo che da Palazzo Balbi guardano con tanto fastidio alla nascita della futura città metropolitana.
Lavoro, paesaggio e demagogia. La legge che spacca il Veneto in crisi ?
Il governo ha deciso di trascinare la Regione del Veneto davanti alla Corte Costituzionale per la decisione di applicare il Piano Casa, un provvedimento che prevede la concessione di bonus edilizi per incentivare la costruzione di nuove abitazioni. Il Veneto è stato travolto dall'onda di questa crisi, che ha causato la perdita di 1.800 chilometri quadrati di campi e ha devastato intere campagne con villini e capannoni. Il governatore Luca Zaia ha giustificato la decisione con la necessità di dare uguali diritti a tutti i veneti, ma il vice governatore Marino Zorzato non ha valutato le conseguenze politiche di questa novità.
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