Il Bigio comincia ad esagerare: ora dovremmo dedicargli anche un referendum. Un po' sproporzionato, come sforzo da chiedere al cittadino. Che magari vorrebbe dire la sua su altre questioni. In fondo abbiamo detestato già una volta l'idea di ri-fascistizzare una piazza, e ci siamo fidati di questa giunta anche per tale motivo. Diciamolo chiaramente, perché aiuta: la giunta Paroli voleva un simbolo in piazza, a questo simbolo si è opposto Del Bono. Di conseguenza, potremmo lasciar perdere il referendum, e prendere atto di ciò che è già stato deciso una volta. Intanto, la Soprintendenza ragiona in astratto e pensa «solo» alla statua. Eppure, se si votasse, ci si potrebbe anche esprimere, nel segreto dell'urna, senza dirlo ad alcuno, a favore della discesa in piazza del Bigio. Che in fondo aggiungerebbe qualcosa al contesto, senza creare veri problemi sul piano estetico. E neppure su quello politico, a patto che la decisione sia presa da una giunta non sospetta, come quella attuale. Purtroppo, i veri problemi della cultura a Brescia sono altri. E riguardano le decisioni a proposito di questioni forti, dirimenti. Per esempio: interrompere in maniera ufficiale, senza attendismi ipocriti, il restauro della Pinacoteca è una decisione forte, non necessariamente condivisibile, ma che è stata comunicata con chiarezza ed è difficilmente oppugnabile. Di quel che invece seguirà sulla strada che da Palazzo Loggia conduce in via Musei, non si capisce nulla, nemmeno il profilo del nuovo presidente di Brescia Musei. Un tecnico, o un manager che trovi i soldi? Idea curiosa, quest'ultima, perché i manager sanno magari trovare i soldi, ma solo per progetti importanti e di alto profilo. Dunque, senza qualcuno in grado di produrre questi ultimi, senza qualcuno con in tasca una buona agenda telefonica di artisti e direttori di musei internazionali, si resta senza progetto e anche senza soldi. Se invece i soldi li darà la Fondazione Cab, allora il manager che li cerca non serve proprio Ma lasciamo stare le illazioni. In fondo, c'è quasi sempre una strada maestra, anche dove ci si smarrisce in sentierini e scorciatoie. Si fa un bando pubblico per quel posto. Persone che hanno da dare molto alla nostra città, come Minini e Terraroli, per non far nomi, decidono se candidarsi o se far parte della giuria che stabilisce prima i criteri e poi il vincente. Si restringe il margine della politica, si azzera il problema delle simpatie o antipatie personali. Insomma, si afferma un metodo per traghettare la città dalla crisi di idee ad un cantiere del futuro. Poi si fa così con lo Stabile, con il Grande, con il Museo di Scienze Di bigio rimarrà solo il recente passato. A meno che non si continui a scegliere quello stesso metodo opaco della trattativa, degno del calciomercato ma non della costruzione del futuro culturale di una città. Allora sì, passeremmo da un bigio all'altro.