«Basta pessimismi». Ma fra 5 anni 53 mila abitanti VENEZIA Le rotaie del people mover come le montagne russe. L'immagine dei vagoni carichi di turisti che viaggiano a rilento verso piazzale Roma fanno pensare alle seggioline di una giostra panoramica, un «bruco-mela» che permette di ammirare la città dall'alto, sopra tetti, cupole e campanili. Sono le prime sequenze di «Veniceland», il film documentario del giovane registra trevigiano Enrico Michieletto, proiettato ieri al Teatrino Groggia per la prima volta. Un invito e un monito a riflettere sullo spopolamento della città, sospesa tra le orde di turisti mordi e fuggi, la crisi dell'artigianato tradizionale, prigioniera dei negozi di cianfrusaglie. Trentasei minuti di riprese tra le calli e i canali della città, intervallati dalle voci dei veneziani che verranno tradotte in inglese per varcare i confini nazionali. C'è il remer, Paolo Brandolisio intento a costruire un remo mentre i riccioli del legno tagliato cadono a terra. Giovanni Pellizzato nel suo negozio, la Toletta, circondato dai libri. Lucia Cimarosti delegata di Murano per la Municipalità accompagna lo spettatore nell'isola del vetro lì dove nei tempi d'oro lavoravano migliaia di persone, oggi 900. «Ci vorrebbero quattro o cinque alberghi per rilanciare l'isola», si dice nel documentario. Con Matteo Regazzo si va a Burano, l'isola che sta abbandonando la tradizione del merletto. Poi Manuel Vecchina, Pieralvise Zorzi. E Matteo Secchi di Venessia.com che mostra il «conta-veneziani» della farmacia di San Bortolo sceso sotto quota 60 mila. Turisti che si preoccupano di sapere dov'è in Mc Donald, residenti che devono andare a Mestre a caccia di ricambi di elettronica. Il documentario ha mosso i primi passi nel 2011, quando Michieletto ha fondato la casa di produzione Fringe Productions, a Londra. «L'idea mi è venuta dai racconti che mi faceva mio padre sulla Venezia anni Sessanta, poi andandoci ho visto che era tutto diverso», spiega. Ma per Michieletto non tutto è perduto: «Da fuori, la città sembra Disneyland, ma ho visto che la venezianità c'è ancora, finché esistono queste persone la città non muore». Un messaggio di incoraggiamento è nelle parole del presidente della Municipalità di Venezia Erminio Viero: «Dobbiamo scrollarci di dosso pessimismi e frustrazioni, costruire una nuova qualità della vita e opportunità di lavoro attraverso una democrazia che deve essere più partecipata». Ma numeri dell'ufficio statistica del Comune alla mano l'ottimismo scompare. Nel 1960 i residenti nel centro storico erano 145 mila, 111 mila dieci anni dopo, 95 mila nel 1980, 78 mila nel 1990, 66 mila all'alba del nuovo millennio, 59 mila nel 2010. Ora sono 56.824. Bruno Filippini assessore alle Politiche della residenza prevede: «La statistica dice 52.937 nel 2020 e 49.183 nel 2028, tutti i centri storici si spopolano arrestare il fenomeno è impossibile, si può solo farlo rallentare». Come? Per Filippini si deve puntare sul binomio casa-lavoro. Riappropriarsi delle aree in disuso per costruire case e creare lavoro: incentivare il vetro a Murano, il merletto a Burano, la cantieristica minore alla Giudecca, orafi in centro storico, la pesca turistica d'altura, agricoltura a Sant'Erasmo è in programma un bando per offrire terreni a giovani coppie disposte a coltivare la terra. Per il rettore di Ca'Foscari Carlo Carraro la ricetta suona così: «Cultura e scelte coraggiose sono il terreno per favorire arrivo e permanenza dei veneziani». Amerigo Restucci, rettore dello Iuav invoca una politica di governo della città: «Agevolando i centri commerciali si cancella il piccolo commercio così si perde identità sociale. Servono servizi e politiche abitative che agevolino i restauri e i nuovi interventi».