Lo storico dell'arte: «Per il leghista bene comune significa alienare le proprietà pubbliche» Recupero ex Arsenale, Settis accusa Il sindaco: «Chiacchiere, faccia proposte» Lo storico dell'arte: «Per il leghista bene comune significa alienare le proprietà pubbliche» VERONA Fuoco incrociato sul recupero dell'Arsenale di Borgo Trento. E stavolta, le cannonate arrivano da fuor delle mura di Verona. A riaprire la polemica, infatti, è lo storico dell'arte Salvatore Settis, con un lungo e «feroce» articolo apparso ieri sulla prima pagina del quotidiano La Repubblica. Già il 7 settembre scorso, parlando al festival delle letteratura di Mantova, Settis aveva definito il progetto di recupero dell'Arsenale «una scelta che offende la dignità di un edificio storico e che non dovrebbe essere permessa ». E ieri ha rincarato la dose, scrivendo tra l'altro che «secondo la dottrina Tosi la storia è un optional e "bene comune" significa alienare le proprietà pubbliche (quattro palazzi venduti, undici in vendita), vuol dire mettere il tetto sull'Arena per farci spettacoli anche d'inverno, vuol dire concepire la città come un luna park targato Tosi» e che «il Comune traveste da concessione quella che di fatto è una vendita, confondendo ad arte diritto di superficie e proprietà pubblica, annienta il fine naturale del demanio e ne fa carne da macello per speculazioni interessate, cestina la storia di Verona e giocando al ribasso la umilia a merce di scambio, vanifica (con sperpero di fondi pubblici) un concorso europeo e disperde le potenzialità di un progetto firmato da un grande architetto (Settis non lo cita ma il riferimento sembra essere al progetto dell'inglese David Chipperfield, presentato nei primi anni Duemila: progetto del costo di oltre cento milioni di euro e mai realizzato dalle tre giunte succedutisi da allora, ndr)». Conclusione di Settis: «Anziché cogliere la straordinaria occasione di fare dell'Arsenale una cittadella della cultura, lo concepisce come una carcassa da spolpare». Parole durissime, dunque. Cui si associa, da Venezia, l'assessore comunale Gianfranco Bettin, secondo il quale «la sacrosanta denuncia dello storico dell'arte Salvatore Settis contro la privatizzazione dell'Arsenale di Verona è pienamente condivisibile ed è auspicabile che apra una discussione sull'uso dei beni storici che devono rimanere di proprietà pubblica. L'amministrazione comunale di Venezia - ricorda Bettin - ha seguito, a proposito di beni analoghi, una strada diversa. L'equivalente dell'Arsenale di Verona sono, nel nostro territorio comunale, i forti del campo trincerato, in particolare, ma non solo, il più grande (48 ettari) di essi, Forte Marghera. Il Comune di Venezia, in questi anni, ha acquisito dal demanio militare praticamente tutti i forti del campo trincerato di Mestre. I forti sono diventati, così, aree di pregio ambientale, manufatti storici di valore, luoghi di aggregazione, per il tempo libero, per la produzione culturale. Nel caso di Forte Marghera, val la pena di ricordare, l'attuale amministrazione ha anche capovolto la scelta della precedente, che consisteva nel conferire il Forte in project financing a una grande impresa, scegliendo invece di puntare a una gestione pubblica». Da Palazzo Barbieri, sindaco e vicesindaco rispondono al fuoco incrociato, ribadendo il sì al project financing. Flavio Tosi spiega che «in giro ci sono tanti chiacchieroni: noi abbiamo detto e ripetuto mille volte che chi ha un progetto concreto alternativo a quello presentato, ha pienamente diritto di farsi avanti, spiegando come e con quali finanziamenti intende realizzarlo per salvare l'Arsenale dal degrado. Ma se questi progetti non si hanno, allora si è solo dei gran chiacchieroni». E il vicesindaco Stefano Casali aggiunge che «noi non svendiamo un bel niente, ma lavoriamo per garantire ai veronesi la fruibilità di un Arsenale recuperato e finalmente sicuro. Forse non tutti sanno - aggiunge Casali - che oggi solo il 21 per cento dell'intera area è utilizzabile senza problemi: il 50 per cento è invece totalmente inagibile e pericolante, mentre tutto il resto è utilizzabile solo con una serie di precauzioni e prescrizioni. Per quanti anni vogliamo andare avanti così?». Casali ricorda che «il progetto Chipperfield costava più di 100 milioni di euro, e forse non tutti ricordano che anch'esso, nella parte centrale, prevedeva la creazione di negozi da parte di privati. Ad ognimodo, lo dico e lo ripeto: ogni proposta seria ed attuabile, accompagnata dalle modalità finanziarie per realizzarla, sarà presa nella massima considerazione. Parlare invece solo per andare sui giornali o per fare campagna elettorale, quello no, non credo sia utile per nessuno ».