CHISSÀ cosa direbbe l'imperatore Francesco Giuseppe, se sapesse che l'Arsenale asburgico di Verona, imponente struttura militare a lui intitolata (e seconda per imponenza solo a quella di Vienna), sta per essere privatizzato da un sindaco leghista, coi soliti trucchi del project financing e della cessione per 99 anni. OVVERO con foglie di fico per occultare le vergogne di un Comune in ritirata dalla storia e dal pubblico interesse. Attraverso il Ponte Scaligero, l'Arsenale aggancia la trama urbana di Verona in uno dei suoi punti più nobili, Castelvecchio,e perciò gli architetti imperiali gli dettero l'aspetto di un castello neo-medievale: 62mila metri quadri, divisi in nove fabbricati intervallati da ampi spazi aperti a verde, di fatto un vasto giardino pubblico, cerniera fra il centro storico e l'ansa dell'Adige che ospita il quartiere Trento. Colori della muratura, lessico architettonico improntato all'eclettismo viennese, rapporto con la natura: nella costruzione (1854-1861) tutto fu pensato per esprimere l'autorità e la presenza militare del sovrano, ma anche come omaggio alla dignità di una città tanto preziosa (e perciò è incluso nel perimetro del sito Unesco). Il prolungato uso militare (fino al 1994) ha preservato l'Arsenale, finché la cessione al Comune lo ha consegnato a uno stato di crescente fatiscenza (3.000 metri quadrati di tetti crollati). Dopo questo calcolato abbandono e un costoso e inutile concorso di idee, vinto nel 1999 da David Chipperfield e lasciato cadere nel nulla, l'amministrazione Tosi approda alla solita idea salvifica: privatizzare. Un'associazione di imprese ad hoc (Contec Rizzani-de Eccher) offre nel 2012 di eseguire lavori di «demolizione, ricostruzione e rilocalizzazione», copertura di spazi liberi, creazione di nuove «strutture ipogee», parcheggi e altro. In cambio, la gestione incondizionata di due terzi delle superfici, con libertà di trasformarli in centro commerciale con bar, ristoranti, negozi e uffici, e rivenderli a terzi: e con questo il Comune di fatto svende ai privati anche le scelte urbanistiche. Dei 55 milioni previsti, il Comune ne coprirà 12 a fondo perduto, peraltro ricavati vendendo il Palazzo del Capitano in piazza dei Signori, e pagherà pulizia e guardiania. Secondo la valutazione di Stefano Tarasco, dirigente dello stesso Comune di Verona, «il ricavo del concessionario sarà pari a tre volte la spesa sostenuta» nei primi sei anni, e crescerà ancora nei residui 93 della concessione. Cifre imbarazzanti, emerse in conferenza dei servizi, che provocano la secretazione degli atti, tanto per fare esercizio di democrazia in puro stile celtico. Invano un comitato di cittadini, che raccoglie in pochi giorni 6.000 firme, dimostra che esistono possibilità alternative di recupero e uso degli spazi senza rinunciare alla loro natura di bene pubblico. Ma secondo la dottrina Tosi la storia è un optional, e "bene comune" significa alienare le proprietà pubbliche (quattro palazzi venduti, undici in vendita); vuol dire mettere il tetto sull'Arena per farci spettacoli anche d'inverno; vuol dire concepire la città come un «luna-park targato Tosi» (T. Montanari, Il Fatto, 17 gennaio). Sembra ieri, quando un Tremonti ormai d'annata lanciò la sua "arma fine di mondo" per smantellare lo Stato e spartirne le spoglie: la "Patrimonio dello Stato SpA", che colpiva al cuore l'inalienabilità dei beni demaniali per gettarli sul mercato. Fallito quel progetto per la corale opposizione in Italia e fuori (fu lo stesso Tremonti, nella sua ultima incarnazione da ministro, a liquidare la SpA), è ancora in piedi il piano B per ottenere lo stesso risultato. L'idea è semplice: privatizzare il più possibile, ma polverizzando le vendite in 20 regioni e 8mila Comuni, dirottando dal governo l'indignazione dell'opinione pubblica e disperdendola in mille rivoli. La drastica riduzione dei finanziamenti pubblici agli enti locali ha fatto il resto, fino alla legge 1332008 che impone a Regioni, Province e Comuni di allegare al proprio bilancio un «piano di alienazioni immobiliari», incoraggiando i Comuni a introdurre varianti urbanistiche per commercializzare i lotti alienati. Un piano di dismissioni del demanio militare veniva intanto avviato dal ministero della Difesa, che addirittura si presentò con un proprio stand a qualche salone immobiliare. Il "federalismo demaniale" - una legge Calderoli che meriterebbe anch'essa il nome di Porcellum - ha infine trasferito a Comuni e Regioni quasi 20mila unità del demanio statale, per un valore nominale di tre miliardi, gettandole sul mercato in varia forma, dalla vendita alla concessione al versamento in fondi immobiliari. Arsenali e caserme sono fra i monumenti più a rischio. Basti ricordare la Cittadella di Alessandria, straordinaria architettura militare del Settecento, ancora senza adeguato piano di riqualificazione, oppure (non lontano da Verona) la spettacolare Fortezza di Peschiera del Garda, ora destinata a mix di residenze, centro commerciale e alberghi, con la benedizione della direzione ai Beni culturali del Veneto, che ne ha autorizzato l'alienazione. Per qualità architettonica, dimensioni e collocazione, edifici come questi sono adattissimi a funzioni pubbliche, dal parco alle attività culturali d'ogni sorta (così è avvenuto al Forte di Bard in Val d'Aosta). Per farlo senza svendere gli utili ai privati basta ricordarsi che il demanio non è una forma di proprietà, ma bene e servizio pubblico nell'interesse di tutti i cittadini, e per questo è inalienabile. Perciò il caso dell'Arsenale di Verona è emblematico. Col gioco delle tre carte, il Comune traveste da concessione quella che di fatto è una vendita, confondendo ad arte diritto di superficie e proprietà pubblica. Annienta il fine naturale del demanio, bene comune a garanzia della libertà e della democrazia, e ne fa carne da macello per speculazioni interessate. Cestina la storia di Verona e giocando al ribasso la umilia a merce di scambio. Vanifica (con sperpero di fondi pubblici) un concorso europeo, e disperde le potenzialità di un progetto "firmato" da un grande architetto. Anziché cogliere la straordinaria occasione di fare dell'Arsenale una cittadella della cultura, lo concepisce come una carcassa da spolpare.