Massimo Balboni aveva una fattoria a Crevalcore che stava cercando di ricostruire. I genitori: non è riuscito a rialzarsi, era troppo orgoglioso per chiedere aiuto BOLOGNA - Si è ucciso attaccandosi una corda al collo Massimo Balboni, 50 anni, di Crevalcore. Lo ha fatto giovedì pomeriggio, dentro al suo capannone, ma per i familiari e gli amici a farlo crollare è stato il terremoto. "I capi che stanno in Regione e a Roma lo sappiano. E facciano in fretta, prima che ne muoiano altri. Questo terremoto sta durando troppo". Il podere della famiglia Balboni sta in via Muzza Nord, nella strada che da Crevalcore porta a Camposanto, tra Bologna e Modena. È una casa padronale ottocentesca, gialla, con fienile e barchessa, tutelata dalla Soprintendenza. Quaranta ettari di campi. La seconda scossa, quella del 29 maggio 2012, ha provocato 2 milioni di euro di danni. Massimo ne aveva anticipati dodicimila per risistemare la tensostruttura in cui ricoverare i trattori, e a due anni di distanza non gli erano ancora stati rimborsati. Poi c'era il mutuo da pagare, quello della casa in cui viveva con la moglie e il figlio. E l'annata dell'anno scorso era stata cattiva. "Lo scriva pure si scalda l'anziana mamma la ricostruzione è troppo lenta, troppa burocrazia e neanche un soldo. Ci ha portato via tutto". Anche la sorella maggiore di Massimo, Maria, non si dà pace. Accarezza la gatta bianca e nera che vaga tra i ruderi, insieme allo zio. "A ucciderlo è stato l'orgoglio di un uomo di 50 anni che non ha voluto chiedere niente dice e noi non ce ne siamo accorti, è questo il rimpianto maggiore che abbiamo. Massimo era felice, aveva una splendida famiglia. Aveva avuto una malattia un anno fa, ma niente di grave. A farlo crollare è stato il terremoto. Per questo mia madre è così arrabbiata". Il padre di Massimo, Abramo Balboni, ha le braccia grandi e gli occhi bagnati. È seduto al tavolo della cucina, ha tutta la famiglia intorno. "Già così non si guadagna a coltivare la terra ripete ma con il terremoto non ci si rialza più, ci stanno mettendo troppo tempo". Guarda il camino, è un uomo vecchio, ha lavorato nei campi tutta la vita, ha visto la guerra. Il podere di via Muzza l'ha comprato lui insieme ai fratelli. Prima erano in affitto, poi hanno deciso di comprarlo, pezzo per pezzo. È anche per questo che Massimo ci teneva tanto a riportarlo al suo antico splendore. Ma non ce l'ha fatta. "Le case tutelate vanno bene in città si scalda Abramo a un certo punto ma in campagna a cosa servono? Basta fare una bella fotografia, come quella che abbiamo qui in casa. E intanto buttare giù, ricostruire, andare avanti. Togliersi tutta quella distruzione da davanti agli occhi". In via Muzza nord è tutto fermo al 29 maggio 2012. Neanche i resti del camino sono stati spostati, ci sono ancora i mattoni per terra, i buchi nel fienile, l'aceto balsamico respira nelle botti, in fondo alla scala inagibile. Massimo e la moglie, Rita Bini, lavoravano lì lo stesso, ma con molti disagi. "Senza luce, perché tutti gli allacciamenti erano nella casa che era inagibile: avevamo tirato un cavo e ci arrangiavamo con quello, alla meglio". Per la casa colonica stavano facendo un progetto, ma siccome era tutto tutelato dalla Soprintendenza c'erano molti vincoli. "Non potevamo spostare la casa da dove si trovava spiega dovevamo rispettare le dimensioni e i volumi di quella esistente, i tempi erano lunghissimi". Anche la vicina di casa, Simona, aveva avuto dei danni, ma inferiori. "Qui delle istituzioni non è mai venuto nessuno. Fino a due anni non venivano neanche a raccogliere la spazzatura", attacca. Con Massimo erano insieme alle elementari. "Diceva che non aveva più niente, che non sapeva da dove ripartire, non aveva i soldi. Ma io lo capisco. A me il terremoto ha danneggiato solo il fienile, per ricostruirlo mi avevano chiesto 200mila euro, figurarsi. Allora l'ho risistemato in maniera provvisoria, con i miei risparmi ed è ancora così. Ma non ci si può uccidere a 50 anni...". Il sindaco di Crevalcore, Claudio Broglia, ora parlamentare del Pd, preferisce non commentare la vicenda. In questi mesi era stato contattato più volte dall'agricoltore, lo conosceva. "Il problema degli agricoltori spiega Eugenio Celestino, dell'Unione sindacale agricoltori di base è che la Regione ha vincolato i contributi della ricostruzione alla regolarità contributiva e fiscale. E questo per molti è stato un cappio. Sono tutti allo stremo". E' un circolo vizioso: gli agricoltori hanno anticipato interventi, si sono indebitati, e hanno perso il diritto a ricevere i rimborsi. "Per ricostruire nell'immediato hanno sostenuto delle spese, che la Provincia gli avrebbe dovuto ridare, secondo la Psr 126. Ma nel frattempo, avendo sborsato quei soldi non sono riusciti a pagare le tasse e questo li ha esclusi dai contributi. E' un gatto che si morde la coda. La ricostruzione è un diritto che andrebbe separato dalla regolarità fiscale". Intanto il Comitato sisma 12 ha fatto ricorso al Tar contro un'ordinanza regionale, la 119, che, spiega il presidente Aureliano Mascioli "peggiora ancora di più le cose per gli agricoltori escludendo i contributi per la ricostruzione ad alcuni tipi di fabbricati agricoli". Una situazione difficile, in cui spesso i coltivatori si trovano più soli di altri. "Quasi tutte le aziende sono al collasso ripete Celestino e spesso sono persone semplici, orgogliose, che si vergognano a chiedere aiuto". Maria scuote la testa. "Intanto mio fratello è morto".