Critici d'arte, mecenati, aspiranti proprietari di un capolavoro (spesso già pagato come tale) pronti a esporsi alla doccia fredda, scienziati con macchinari per le spettrofotometrie al seguito. È variegato il popolo che si incrocia agli authentication day, appuntamenti che i collezionisti conoscono molto bene e temono altrettanto. Nel giro di poche ore, infatti, può salire alle stelle o scendere alle stalle il valore di opere la cui attribuzione è ancora avvolta dalle nebbie. Gianluca Poldi è uno degli scienziati di cui sopra, ormai ospiti fissi delle riunioni. Perché, se quella dell'occhio dei cultori resta la prova principe, spettrometrie, ultravioletti, tomografie e analisi chimiche diventano oggi parte richiestissima del bagaglio che certifica il Dna di un pezzo raro. «E, a volte, non va come i proprietari se l'aspettano...». C'è chi fra le mani si è ritrovato un falso. Niente timbro, sentenza inappellabile. Stanare le copie, non di rado, è un'impresa. «Ma la scienza dà una mano». Come quando sono state passate al setaccio decine di pezzi di Josef Albers, maestro dell'astrattismo geometrico: la variazione sul tema del quadrato ha spesso attirato i falsari, ma è stato scoperto qualcosa che da riprodurre è impossibile. Perché invisibile. «I soggetti di Albers sono apparentemente semplici spiega Poldi , ma nella stesura del colore ci sono elementi peculiari, come l'uso della spatola, sempre dall'interno verso l'esterno. Poi, il disegno: sotto la pittura i raggi hanno rivelato un tratto sottilissimo, molto particolare». La campagna, avviata dalla Albers Foundation di New York, ha messo fuori gioco parecchi pezzi. Ad analizzarli, proprio Poldi per conto del Centro di arti visive dell'Università di Bergamo, diretto da Giovanni Carlo Federico Villa. Il dipartimento di analisi scientifiche dell'ateneo è una vera e propria istituzione: è qui che ha bussato, pochi mesi fa, il privato proprietario de Le muse inquietanti di Giorgio de Chirico. «In questo caso, non si temeva il falso ma si volevano avere informazioni su un artista del quale, da questo punto di vista, si sapeva molto poco». L'indagine si è focalizzata sui materiali. È emerso, ad esempio, che i cieli verdi sono in realtà creati con blu di Prussia sporco. Oppure la predilezione per la biacca invece del più diffuso bianco di zinco. Elementi che contribuiscono, appunto, a tracciare scientificamente con l'analisi dei pigmenti, l'esame con infrarossi, ultravioletti o addirittura con la tac ospedaliera quel Dna delle opere che è strumento per smascherare i falsi ma anche per ricostruire passaggi della produzione di un'artista che lo sguardo in superficie non può cogliere. E qui il Centro di arti visive dell'Università fa scuola. Non a caso, Villa è stato chiamato il 7 febbraio al View Festival di Londra per illustrare i risultati delle indagini più recenti. Per capire l'entità del lavoro svolto, bastano i numeri: il database del Cav conta mezzo milione di documenti, fra schede e immagini, ottenuti dall'esame di oltre 5 mila opere d'arte, fra dipinti, manoscritti, sculture. L'attività, avviata da Villa nel 1998 quando all'Università di Bologna si occupava di riempire le lacune che costellavano la storia artistica di Giovanni Bellini, è da oltre 10 anni trasferita a Bergamo. Dove, con la collaborazione di Poldi, che è un fisico, oggi si sperimentano tecniche scientifiche non invasive. I risultati, evidentemente, non mancano: a Bergamo si sono rivolti il Pushkin di Mosca, l'Ermitage di San Pietroburgo, la Gemäldegalerie di Berlino, gli Uffizi di Firenze. A metà febbraio, il Cav esaminerà gli affreschi di Palazzo Schifanoia a Ferrara, grandiosa opera dell'Officina Ferrarese. Motivo? «Si sa quali artisti hanno lavorato complessivamente, ma non chi ha fatto cosa. Proveremo a capirlo», spiega Villa. Le analisi nel caso la committenza sia privata garantiscono incassi per il Centro, che così finanzia la ricerca. «Perché c'è l'esame sui falsi, ma non solo. I test forniscono tasselli che, incrociati ad altri, contribuiscono a risolvere almeno in parte il rebus della storia dell'arte». Così, ad esempio, i «ripensamenti» del Bellini, ovvero i disegni poi non rispettati nella stesura del colore, e l'emergere del suo tratto hanno permesso di ridurre da 350 a 119 le opere di attribuzione certa. Poi c'è Tiziano, che si scopre essere amante di correzioni su correzioni, delle tavole abbandonate, riviste, cancellate: «L'analisi della Madonna di San Niccolò dei Frari, per citare un caso, ha mostrato la radicale differenza fra la prima versione, databile intorno al 1512, e quella soprastante, conclusa nel 1526». Scelte, anche stilistiche, che raccontano una storia. Tiziano, infatti, non poteva consegnare un'opera come l'aveva immaginata nel 1512, con figure disposte tradizionalmente attorno alla Vergine. Questo perché nel 1518 lui stesso aveva rivoluzionato i canoni pittorici con l'Assunta. «Così, Tiziano finì col rivedere Tiziano». Ed è grazie alla scienza che ora lo scopriamo.