Imperi e collezionisti all'inseguimento dei capolavori Sergio Romano racconta la storia di un'ossessione Il turista che viaggia per musei lo sa bene, ma forse non vuole rendersene conto: «La proprietà (dell'arte) è un furto». No, non è una affermazione neo o post-marxista, ma una constatazione di fatto. Se avete viaggiato nelle grandi capitali, poniamo a Parigi fra il Musée de l'Homme e il Louvre, a Londra fra British e Victoria and Albert, a Washington alla National Gallery, a New York al Metropolitan, e potremmo continuare con la Berlino della Museum Insel e con centinaia di altri luoghi simbolici della storia della cultura, sapete bene che le grandi raccolte, quelle imperiali inglesi, o prussiane, o francesi, e ancora quelle dei grandi collezionisti statunitensi nascono da precise vicende storiche: la sconfitta e la scomparsa di Stati minori, o di nobili famiglie, dunque guerre guerreggiate in passato, guerre economiche, oggi. Sergio Romano si colloca in prospettiva storica, forse proprio per mettere a confronto due modi e due tempi del depredare, oggi diremmo del collezionare. Comincia infatti da Vivant Denon, che univa insieme, recandosi in Egitto con la spedizione napoleonica del 1798-1801, una grande esperienza dell'arte occidentale dall'antichità al Rinascimento e oltre, a una forte attenzione per la civiltà dell'Egitto. La sua storia è singolare: Napoleone gli mette a disposizione una intera compagnia di soldati e lui, Denon, con quella, viaggia dalle piramidi di Giza a Tebe e al Sud, disegnando, analizzando i monumenti della regione e ponendo le basi di quello che sarà per cento e più anni il totale saccheggio della terra dei faraoni, portato avanti da inglesi, francesi, tedeschi, italiani e altri ancora. Lo provano le grandi raccolte di antichità egizie nei musei dell'Occidente. Lo stesso si dica per l'arte cinese, giapponese, medio ed estremo-orientale. L'arte dunque è simbolo del potere di chi la possiede e così Denon, seguendo il programma napoleonico, pensa il Louvre come luogo dove concentrare l'intera storia dell'arte del mondo. Il progetto non riesce, Napoleone è sconfitto e dal 1815 Denon è costretto a restituire; ma, ad esempio, su cento capolavori portati via dal Vaticano, Antonio Canova ne ritrova solo una settantina; lo stesso accade a parte delle migliaia di opere «prelevate» in Europa dalle armate francesi. Se i musei diventano il simbolo del potere e le opere d'arte sono le matrici delle culture, delle lingue, dei popoli, chi desidera tagliare la radice di quelle memorie deve trasferire altrove dipinti, sculture, libri, archivi e magari eliminare quello che non rapina. Passiamo a vicende più recenti: Hitler vuole creare, con l'aiuto di Hermann Göring, una raccolta dell'arte dell'intero Occidente, ma insieme distruggere la storia dei Paesi occupati, quella della Polonia, quella dell'Unione Sovietica, e vuole favorire un'arte «pura»: «Il compito dell'arte non è quello di frugare nella sporcizia per amore della sporcizia, di dipingere l'essere umano solo in condizione di decomposizione». L'arte dunque non sarà, nel Reich, degenerata; entartete , nota Romano, vuol dire «estraniata, allontanata dalla propria specie», quindi è degenerata l'arte ebraica, ma anche quella moderna, e ancora quella bolscevica, e quella cristiana: lo spostamento dall'analisi delle forme al rifiuto delle ideologie è significativo. Qualcuno dei più vecchi fra gli storici dell'arte, figli o nipoti dei pochi soprintendenti impegnati in Italia fra 1943 e 1945 nella tutela di fronte alle rapine naziste, ha sentito il racconto di quei camion militari venuti per portare in Germania i nostri capolavori, un racconto che coincide con la parallela lotta per conservare i tesori di Francia, ad esempio quelli concentrati, migliaia di pezzi, al Jeu de Paume a Parigi e salvati da una funzionaria, Rose Valland, e dai partigiani che bloccarono le truppe della Wermacht. Nel dopoguerra Rodolfo Siviero, figlio di un sottufficiale dei carabinieri, laureato in Storia dell'arte, borsa di studio nel 1937 a Berlino, nel 1946 diventa plenipotenziario del governo De Gasperi per il recupero delle opere d'arte; Siviero va a Monaco di Baviera, dove gli americani depositano 6.775 quadri e sculture razziati dai nazisti in mezza Europa e ritrovati nelle cave di sale di Altaussee (Salisburgo): rientrano così in Italia il Discobolo Lancellotti , la Danae di Tiziano e molte altre opere. Ma non tutto torna. Eclatante il caso delle opere prese dai sovietici in Germania come riparazione dei danni di guerra e poi solo in parte restituite alla Ddr. Manca all'appello, fra l'altro, il tesoro di Priamo, quello che Heinrich Schliemann aveva scoperto nel 1873 a Troia e portato a Berlino: sta ancora a Mosca. E mai sono state restituite migliaia di opere rubate a collezionisti ebrei, molti scomparsi nei campi di concentramento. Esiste un nesso stretto fra potere economico e compravendita del passato, che attraversa l'intero Occidente nel secolo americano. Perché è indubbio che il '900 vede il maggior spostamento di opere d'arte da ogni parte del mondo agli Stati Uniti: sono le grandi collezioni dei Mellon, Morgan, Frick, Rockefeller e ancora quelle della National Gallery di Washington, dell'Art Institute di Chicago, del Metropolitan di New York, molte delle quali si consolidano tra lo scorcio dell'800 e poi fra le due guerre e dopo. È interessante ragionare sulle conseguenze di questa enorme concentrazione di modelli simbolici nei nuovi Paesi. Come i marmi prelevati da Lord Elgin e portati dal Partenone a Londra, ridisegnano in Inghilterra la cultura neoclassica, così le grandi collezioni del passato favoriscono la crescita di un «impero» dell'arte contemporanea che gli Usa impongono, almeno dal tempo dell'Espressionismo astratto. A questo punto, finito il razzismo dell'arte degenerata, sono a confronto due ideologie, quella dell'immagine e dunque dell'arte come strumento di moltiplicazione della cultura, e quella del rifiuto dell'arte in quanto mezzo di corruzione usato dall'Occidente nei confronti dei differenti «orienti». Non l'arte, ma l'ideologia dell'arte è un furto.
Saccheggi e rapine: la guerra dell'arte
Sergio Romano racconta la storia di un'ossessione per i capolavori d'arte. Il turista che viaggia per musei sa bene che la proprietà dell'arte è un furto. La storia dell'arte nasce da precise vicende storiche, come la sconfitta e la scomparsa di Stati minori o nobili famiglie. Romano si colloca in prospettiva storica e mette a confronto due modi e due tempi del depredare, oggi diremmo del collezionare. Inizia da Vivant Denon, che univa insieme una grande esperienza dell'arte occidentale dall'antichità al Rinascimento e oltre, a una forte attenzione per la civiltà dell'Egitto.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo