Oramai tutti i candidati alla carica di sindaco di Bari sono ai blocchi di partenza. Qualcuno è partito in anticipo - cosa che in politica non solo è consentita ma anche consigliata - altri hanno preferito attendere l'ultimo minuto. Comunque sia, ora si fa sul serio perché ogni candidato deve presentare programma e curriculum. Quest'ultimo è indispensabile perché si possa valutare se il suo passato offra adeguate garanzie per il futuro. Programmi sino a questo momento ne sono circolati parecchi dando, però, spesso una sensazione di già visto. Non che essi siano acquistabili prestampati dalla Buffetti ma perché alcuni nodi dello sviluppo di Bari sono talmente noti da non fare la differenza. Mare, industria, commercio, infrastrutture, occupazione, urbanistica, ecc. sono a giudizio unanime i campi in cui la futura amministrazione dovrà rimboccarsi le maniche e recuperare il tempo perduto. Anche cultura è una parola chiave che trova posto in tutti i programmi. Il problema è capire cosa si intende per cultura. Politica per la cultura, infatti, significa molte cose tra cui spicca il clima culturale complessivo della città. Per motivi non imputabili alle ultime amministrazioni Bari ha perso nel recente passato lo smalto che le avevano conferito l'effervescenza editoriale, un'università in accelerazione, un grande teatro, un pullulare di iniziative dal basso. La distruzione del Petruzzelli è stata una tragedia ma anche un punto di svolta. Il grande teatro bello all'esterno ma distrutto all'interno è stato a lungo la metafora visibile di una città che cominciava a perdere colpi. Così come le vicende della ricostruzione prima e della gestione iniziale segnata dal prevalere della funzione politica su quella culturale sono state immagini eloquenti di una Bari che sembrava avesse smarrito la propria strada. Ora il Petruzzelli è tornato a brillare ma è legittimo interrogarsi sulle sue funzioni di grande teatro pubblico. E' sufficiente, per esempio, un cartellone, anche di qualità, che preveda solo due o tre rappresentazioni ad opera e non più iniziative che lo aprano ai giovani ed attirino il pubblico della regione come avviene per tutti i grandi teatri a partire dalla Scala? Cultura significa anche servizi ai cittadini a partire dalle biblioteche di quartiere che l'attuale amministrazione ha considerato superflue. Per non parlare di iniziative sistematiche rivolte a tutta la città, come per esempio avviene a Firenze dove il Comune organizza periodicamente incontri pubblici con i docenti più prestigiosi di quell'ateneo. E' probabile che all'università non aspettino altro per uscire dal ghetto in cui sono rinchiusi. Politica culturale significa anche creare posti di lavoro. Esempi virtuosi ce ne sono tanti sia in Italia che in Europa, da Glasgow a Torino. A Bari, l'università e le accademie hanno formato centinaia di giovani che potrebbero egregiamente essere impegnati per sviluppare le attività culturali della città. Queste non sono solo preziosi servizi al cittadino ma fattori di attrazione e di crescita. Lo sviluppo di Bari più che nelle tecnologie delle smart city è nella creatività e nell'intelligenza di questi giovani di cui colpevolmente ci stiamo dimenticando.