Arenata la richiesta della tomba in Città Alta Ad Ardea, sul litorale a sud di Roma, venerdì celebreranno il 23 anniversario della morte di Giacomo Manzù. Nella cittadina laziale l'artista bergamasco visse gli ultimi anni ed è stato sepolto. Intorno alla sua tomba è stato costruito un museo e per le ricorrenze vengono progettati eventi culturali e momenti di incontro. Per questo ad Ardea si rivoltarono contro l'idea che la tomba di Manzù potesse trasferirsi a Bergamo, come si augurò potesse accadere la vedova dell'artista, Inge Schabel, in un'intervista al Corriere datata aprile 2012. La cittadina romana non accettava l'idea di perdere il proprio genius loci , come viene definito nelle presentazioni degli eventi celebrativi. Dopo quasi due anni però gli ardeatini si sono tranquillizzati. La pratica per la realizzazione di una tomba per Manzù in Santa Maria Maggiore in Città Alta si è arenata nel più classico dei rimpalli burocratico-politici italiani, tra la Fondazione Mia che è proprietaria della basilica e la Soprintendenza ai Beni culturali. La tomba di Manzù non sarà a Bergamo in tempi brevi, la città che gli ha dato i natali nel 1908 non sembra interessata a celebrarne nemmeno l'opera. L'ultima mostra a Bergamo si tenne alla Gamec in occasione del centenario della nascita, a cavallo tra 2008 e 2009. Il minimo storico dell'attenzione verso lo scultore e la sua opera è rappresentato dalle 96 pagine del dossier col quale Bergamo si era candidata a diventare Capitale europea della Cultura per il 2019. Manzù viene citato due volte, in entrambi i casi come elemento di una serie di artisti: «La Città dei Mille è anche la città di Lorenzo Lotto, Palma il Vecchio, Gaetano Donizetti e Giacomo Manzù». Nient'altro. Per quello che vale questo tipo di contabilità, lo stesso numero di citazioni degli «Artisti dell'Atalanta», un progetto che avrebbe dovuto coinvolgere giovani creativi impegnati a rappresentare le gesta dei calciatori nerazzurri. Un po' poco, forse, per uno dei protagonisti della scultura italiana del '900, una figura che insieme a Marini, Martini, Fontana ha segnato un'epoca nel panorama internazionale della storia dell'arte. Nemmeno poche righe elementari come queste c'erano, nel dossier per il 2019 e probabilmente non è una cosa che ha aiutato Bergamo. Una scarsa attenzione cui la famiglia dell'artista si è abituata: «Capitale della cultura? Non si è sentito nessuno», dice la figlia, Giulia Manzoni, a capo della Fondazione Manzù. La casa in cui lo scultore trascorse gli ultimi anni, su un colle di Ardea, sta per essere trasformata in un monumento vivente: «Apriremo al pubblico la Fondazione spiega Giulia Manzoni , sarà possibile visitare il laboratorio di Manzù, il luogo in cui creava, vedere i materiali e gli attrezzi che utilizzava e, soprattutto, l'archivio». Il modello è quello di città europee che intorno alla biografia di artisti hanno costruito percorsi culturali. Come Bergamo, nonostante il numeroso gruppo di opere tra quelle possedute dalla Gamec e quelle sparse tra collezionisti privati, non abbia mai pensato a una cosa del genere è un mistero. «Certi treni passano, se non li prendi se ne vanno», dice la figlia dell'artista, che non nasconde una nota malinconica di fronte al destino di parte dell'opera del padre. «I vecchi collezionisti dice , quelli che davvero apprezzano il valore delle opere e non ne vedono solo le potenzialità economiche, muoiono e le nuove generazioni hanno sensibilità diverse. Oggi quello che si vende bene è soprattutto ciò che è molto conosciuto, gli impressionisti, le avanguardie di inizio secolo. Il mercato del '900 si è fatto complicato, ma ci sono valori che restano. Per poterli apprezzare però la cultura deve essere alimentata».