La più importante collezione privata di opere di Giacomo Manzù rischia di finire all'estero. Il proprietario, Giorgio Brivec, l'ha messa in vendita, ma dall'Italia non arriva alcuna offerta. E mentre Bergamo dimentica l'artista nel dossier per la Capitale della Cultura e nell'anniversario della morte, ad Ardea, la città laziale in cui è sepolto, la famiglia si prepara ad aprire la casa-museo. La collezione privata più importante delle opere dello scultore Giacomo Manzù rischia di lasciare Bergamo e finire all'estero. L'attuale proprietario, il bergamasco Giorgio Brivec, 68 anni, conosciuto anche per essere stato il collaudatore fidato di Enzo Ferrari per una quindicina d'anni, ha messo in vendita la sua collezione privata, composta da 21 opere, pezzi unici. Le offerte però arrivano solo dall'estero: le prime proposte d'acquisto risalgono a cinque anni fa e, oggi, è continua la richiesta di aspiranti acquirenti stranieri. L'ultima offerta è arrivata a fine dicembre dalla Spagna, ma non sono mancate offerte dalla Germania e addirittura dal Giappone. Dall'Italia, invece, il collezionista bergamasco riceve solo apprezzamenti per le 21 opere, ma nulla di più. Così è sempre più concreto il rischio che Brivec possa cedere al corteggiamento dei collezionisti stranieri, anche se non vorrebbe. «Mi piacerebbe che questa collezione restasse nel nostro Paese dice , altrimenti rischiamo di perdere le cose migliori che abbiamo. Purtroppo l'Italia sta diventando una colonia, vengono a comprarci tutto dall'estero. Non si tratta di una difficoltà economica, ma di una questione di non cultura, che affligge , in modo particolare, la Bergamasca». Nella collezione privata di Brivec ci sono quattro sculture, un olio e disegni realizzati con acquerelli, matite, punta secca, china e tecniche miste, per un valore di pochi milioni di euro. «È la produzione completa dell'artista, con opere dice il collezionista bergamasco che sono state realizzate tra il 1926 e il 1958: è stato questo il periodo più importante di Manzù che, dal 1965 in poi, ha avuto un crollo di qualità». Le opere della collezione sono state comprate, nei primi anni Cinquanta, da Arturo Brivec, padre di Giorgio, direttamente da Giacomo Manzù. «Erano molto amici ricorda il collezionista . Negli anni Ottanta, sono andato ad Ardea a trovare Manzù e lui mi ha chiesto di restituirgli cinque opere della nostra collezione: in cambio me ne avrebbe date altre, più recenti. Io però mi sono rifiutato e per questo abbiamo amichevolmente litigato. Negli anni Ottanta dice Brivec , Manzù era consapevole di non produrre più opere di qualità. Quelle che aveva dato a mio padre erano capolavori e lui lo sapeva bene». Nella collezione, c'è per esempio la scultura La Sulamite del 1931, la Testa di donna del 1930 e l'olio su tela Paesaggio d'amore , dipinto nel 1931 e prestato a Palazzo Strozzi di Firenze, alla fine del 1966 per alcuni mesi. «Quella volta fu mio padre a cedere e a prestare l'opera per la mostra dice Brivec . Di solito, io mi rifiuto di prestarle, perché è complicato e anche rischioso spostare le opere. Ora ho deciso di venderle perché è impegnativo tenerle: se un privato è in grado di gestirle, possono anche essere valorizzate». Prima di cederle all'estero, Brivec ha deciso di prendere ancora un po' di tempo, con la speranza che arrivi un'offerta dall'Italia. «È incredibile quanto sia conosciuto all'estero Manzù dice il collezionista . Qualche mese fa mi ha contattato una fondazione giapponese formata da gente molto preparata. Sono venuti a vedere la collezione e hanno capito subito che erano opere realizzate prima degli anni Sessanta. La pressione dall'estero da un lato mi fa piacere, dall'altro però mi fa capire quanta non cultura ci sia in Italia. E pensare che io non ho cercato acquirenti all'estero: mi hanno trovato loro. Invece ho presentato la collezione a diverse persone in Italia e anche a Bergamo: ho incontrato collezionisti, imprenditori e fondazioni bancarie. Tutti apprezzano a parole, ma non comprano».