Stilisti e sarti scendono in campo per il salvataggio del museo della moda. Gli imprenditori napoletani del comparto tessile si sono messi alla ricerca di soluzioni possibili, concrete, oltre le logiche politiche e si sta lavorando all'idea di una cordata per salvare la collezione di abiti storici. Garante del progetto l'Unione industriali sezione tessile, il cui presidente è Carlo Palmieri: «Siamo più che disponibili - spiega - ma occorre comunione di intenti e capire che investimenti occorrono». NAPOLI Qualche progetto buttato giù alla svelta, idee messe a confronto e le necessità di confrontarsi con palazzo Santa Lucia e con la reale natura dei problemi della Fondazione Mondragone. Dopo il reportage pubblicato venerdì sul Corriere del Mezzogiorno «Così muore il museo della moda» sono successe alcune cose. La prima: il governatore Caldoro e l'assessore Caterina Miraglia cui era indirizzata una lettera dei dipendenti, senza stipendi da settembre e testimoni dello sfascio di una meritevole istituzione hanno scelto di tacere e di non intervenire in alcun modo nella vicenda. La seconda: i dipendenti, pur in condizioni difficili, si dicono pronti a tenere duro. «Siamo orgogliosi dice la portavoce, Gioia Mautone di far parte di questa storia. Pronti a non far morire questo posto» La terza: i social network e la rete sono stati affollati da commenti, considerazioni, ipotesi e idee sul tema. E poi è successa un'altra cosa. Gli imprenditori napoletani del comparto tessile si sono messi alla ricerca di soluzioni possibili, concrete, oltre le logiche politiche e si sta lavorando all'idea di una cordata. Garante del progetto l'Unione industriali sezione tessile, il cui presidente è Carlo Palmieri, che al di là dell'impegno associativo è al vertice di Pianoforte holding, proprietaria dei marchi Yamamay, Carpisa e Jaked. «Siamo più che disponibili, ma occorre comunione di intenti e capire che investimenti occorrono. Alla Fondazione Mondragone ricorda con il presidente regionale Luigi Giamundo abbiamo realizzato un museo della contraffazione, con la collaborazione di Procura e Guardia di Finanza. Sappiamo che il posto è interessante, ma la struttura ha bisogno di grossi capitali e di una gestione imprenditoriale. Il tutto possiamo farlo sotto il cappello dell'Unione industriali, ma bisogna capire se occorre partecipare ad un bando di gara, come per lo stadio San Paolo. Io comunque credo che questo luogo abbia la capacità di attrarre, che ci sono opportunità». Ugo Cilento, alla guida della storica azienda di famiglia di via Medina, è favorevole all'idea di una cordata. «Con un progetto giusto e la giusta volontà si potrebbe ottenere di più mediaticamente e dal punto di vista turistico osserva . La prima cosa da fare? Dare una migliore esposizione al sito. La struttura va collegata meglio e resa fruibile. Inserita in una serie di circuiti penso a quello dei crocieristi per darle visibilità». Vittorio Genna, alla guida di Sartoria Partenopea (brand della sartoria Blasi), ipotizza un presidente superpartes «un accademico o una figura pubblica. Un testimonial noto non direttamente legato al mondo della sartorie, che lavori con un trio di coordinatori. Il tutto lontano dalle logiche di etichetta avverte . Il settore museale dovrebbe essere solo una parte del tutto, con mostre da far diventare itineranti, mandandole in giro per il mondo. Il resto andrebbe riservato ad una scuola: a ragazzi che vogliono imparare a fare i sarti, di cui abbiamo gran bisogno, che vivificherebbero anche la zona. Sarebbe anche un modo per proiettare il sito sulla città. E poi penso al coinvolgimento di sponsor, banche ad esempio. Insomma occorre un progetto preciso e strategie. E' stata, ad esempio, una scelta miope tenere fuori la moda maschile dalla Fondazione».