Il catalogo di Massimo Minini è completo e stimolante. Le pagine bresciane del «Corriere» abbondano di interventi, proposte, sollecitazioni. Nel frattempo le istituzioni interessate tacciono. I motivi possono essere due: la cultura non interessa se non quando è legata al turismo, ma non credo, oppure vi è un operoso silenzio dettato dal «prima fare e poi dire». Il dibattito però rimane aperto e se Minini ha in mente soprattutto l'arte, business is business, vorrei soffermarmi sul primo «qualcosa» (Qualcosa che parta dalla nostra cultura e dalle nostre radici, recuperandole). Il che significa implementare l'attività di ricerca letteraria, storica, scientifica che, ahimè, non produce profitti ma solo conoscenza. La vera ricchezza della città sta proprio nella sua cultura che innerva tutti i campi: nell'industria, nella manifattura, nell'economia, nell'assistenza, nell'urbanistica, nell'arte, nella religione, nella scienza. Brescia brulica di figure straordinarie, dalla nobiltà alle famiglie di imprenditori, da artigiani a religiosi, da pittori ad inventori e così via. Un patrimonio enorme, conosciuto e valorizzato solo in parte e che attende, immerso nei secoli, che qualche buon samaritano si immerga in carte polverose per portare alla luce le tante pepite d'oro che farebbero della città un luogo dove la conoscenza del passato può servire a recuperare energie preziose per il futuro. In attesa che le istituzioni battano un colpo, sarebbe doveroso che si muovessero tutti coloro che hanno in mente qualcosa da proporre. Gli Stati generali? La proposta è intrigante, ma temo troppo macchinosa da far funzionare. Non bisogna aspettare interventi dall'alto: è necessario partire dal basso. Potere ascendente, non discendente. La città deve riappropriarsi delle proprie capacità senza aspettare la mano pubblica che, se vuole, può contare su una rete di iniziatine e di disponibilità davvero notevoli; se non lo farà, ne pagherà le conseguenze in termini di consenso. Vi è poi l'occasione dell'Expo del 2015. In attesa, nello stesso anno ricorre il centenario dell'entrata dell'Italia nel primo conflitto mondiale che non dovrebbe passare inosservato come purtroppo è accaduto per i 150 anni dello Stato nazionale. La Grande guerra ha segnato la fine di un'epoca e l'apertura di un'altra drammatica e convulsa. Brescia come città di frontiera ha subito disastri enormi, ma ha anche reagito con grande risolutezza. Il materiale per una rilettura non convenzionale del conflitto non manca e tutti i settori sono coinvolti: industria, lavoro, religione, sanità e assistenza, arte, letteratura. Vogliamo provare a parlarne, oppure l'alimentazione dell'Expo soffocherà qualsiasi altra iniziativa? O si teme che la ricerca, soprattutto in certi settori, faccia emergere attività che forse è meglio non conoscere. La conoscenza non deve alimentare il timore. In fondo non si tratta di produrre idee nuove, ma solo di recuperare idee dimenticate.
Brescia. Cultura e idee dal basso
Il catalogo di Massimo Minini è stato pubblicato sul Corriere di Brescia, in cui il giornalista esorta le istituzioni a valorizzare la cultura della città. Minini sostiene che la vera ricchezza di Brescia sta nella sua cultura, che è stata trascurata e che attende di essere recuperata. Egli propone di implementare attività di ricerca letteraria, storica e scientifica per valorizzare la cultura della città. Minini suggerisce di partire dal basso e di non aspettare interventi dall'alto, ma di muoversi con iniziativa e di riappropriarsi delle proprie capacità. L'autore menziona anche l'Expo del 2015 e il centenario dell'entrata dell'Italia nel primo conflitto mondiale come occasioni per valorizzare la cultura della città.
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