Dal tunnel di Palafrizzoni al «Binario 1» da dove partivano i treni per i lager La casa delle torture e l'ospedale militare Fa caldo nel piccolo locale sotterraneo. Del resto lo spazio è quasi interamente occupato dalla grossa caldaia che alimenta Palazzo Frizzoni e gli uffici comunali. Alcuni grossi tubi fanno un paio di curve e si infilano in un'apertura nel muro. Che non è un semplice buco, ma una vera porta: settant'anni fa era un tunnel che in caso di pericolo avrebbe permesso agli impiegati comunali di fuggire da Palazzo Frizzoni oppure a quelli di Palazzo degli uffici di arrivare al rifugio antiaereo del municipio. Adesso è un brandello di storia largo un metro e alto due, che taglia in due piazza Matteotti mentre tre metri al di sopra la gente passeggia senza nemmeno sapere della sua esistenza. La memoria è così: passa sopra le nostre teste e sfila sotto i nostri piedi, ignorata dalla vita di tutti i giorni e portando con sé frammenti di storia che hanno racchiuso la vita e la morte di tanta gente, e che ormai sono persi nel tempo. Al di sopra delle nostre teste c'è, letteralmente, la lapide che ricorda gli 865 lavoratori che nel 1944 per avere scioperato contro l'occupazione nazista furono portati al Binario 1 della stazione di Bergamo, caricati su tre convogli e spediti al lager di Mauthausen. Per la precisione molto al di sopra, tanto che i pendolari che ogni giorno si mettono in fila ad aspettare l'ennesimo treno in ritardo e non sanno niente di quella vicenda è anche difficile che lo vengano a sapere. «La lapide è stata messa talmente in alto che non la vede nessuno, così la memoria di ciò che è accaduto scompare», puntualizza Elisabetta Ruffini dell'Istituto Bergamasco per la Storia della Resistenza e dell'età contemporanea. Chi volesse leggerla la trova proprio sopra alla pubblicità della banca che regala il cellulare, quella sì messa ad altezza degli occhi. La memoria scorre anche sotto di noi, con i rifugi antiaerei sparsi per Bergamo, Ponte San Pietro e Dalmine. Ne sono rimasti una quindicina, nascosti nei punti più impensati, alcuni semiallagati, altri a rischio crollo. Una volta l'anno gli speleologi delle Nottole effettuano delle visite guidate in alcuni dei più accessibili. «La gente ci passa sopra o a fianco senza nemmeno sapere che ci sono dice Massimo Glanzer, che li ha percorsi e catalogati . Le persone che partecipano alle nostre visite sono meravigliate da ciò che vedono. È un peccato che ciò che resta di questo patrimonio storico resti invisibile. Certo, in molti casi ci sarebbero problemi di recupero ma qualcosa per salvarli e renderli più facilmente accessibili andrebbe fatto». «Su molte vicende storiche bergamasche è sceso un velo nero commenta Carlo Salvioni della Fondazione Bergamo nella storia . Per questo è importante tenerne sempre vivo il ricordo». Un po' alla volta la memoria scivola via dagli edifici e dalle strade. Chi va nella banca di via Gallicciolli non sa che era la «villa triste» dove si torturavano i partigiani, così come all'ex Collegio Baroni (ora Università, in via Pignolo) e chi sfreccia lungo la provinciale alla Grumellina ignora che nella zona del Pacì Paciana c'era un campo di concentramento fascista. Nel Campo 62 vennero internati per anni migliaia di prigionieri militari stranieri, ma anche italiani, tra renitenti alla leva della Rsi a soldati che dopo l'8 settembre non si arresero ai tedeschi. «Luogo di crudeltà e sofferenza dice la lapide, unica testimonianza rimasta a ricordare il campo, ma anche di solidarietà e generosità da parte della popolazione civile e delle formazioni partigiane che aiutarono i prigionieri a ritrovare la libertà e la salvezza». «La gente conosce solo i lager tedeschi aggiunge Elisabetta Ruffini . Ma il fascismo aveva un arcipelago di settanta campi sparsi per l'Italia, luoghi di crudeltà di cui non resta quasi più niente e di cui non ci si ricorda». Nemmeno una lapide per segnalare, invece, dalla parte opposta della città, il «Ricovero nuovo», cioè l'ospedale miliare della Clementina. Lì venne creato il Centro di raccolta dei prigionieri di guerra rimpatriati o fuggiti. C'erano posti di ristoro, mense, bagni, docce, controlli sanitari, infermerie, un reparto sanatoriale e spacci per la distribuzione di viveri e indumenti, e perfino intrattenimenti musicali. Da lì sono passati in 8.734, alcuni dei quali morivano per gli stenti e le malattie ormai a pochi passi da casa. Il Ricovero si trovava di fronte all'ex manicomio di Borgo Palazzo, negli anni è stato demolito per far posto a dei palazzi, e nessuno di coloro che vi abitano sospetta le storie, le sofferenze e le speranze che sono passate proprio in quel punto e che sono ormai disperse come polvere nel tempo. Le vicende di molti di loro sono raccontati nel libro «Prigionieri in Germania» di Angelo Bendotti, Giuliana Bertacchi, Mauro Pelliccioli ed Eugenia Valtulina, che non a caso si apre con la frase di Zygmunt Bauman «La memoria è la sopravvivenza della storia».
Bergamo. Salviamo i luoghi della memoria
Il testo descrive alcuni luoghi storici di Bergamo, come il tunnel di Palafrizzoni e il Binario 1, che erano utilizzati per trasportare prigionieri e deportati durante la seconda guerra mondiale. Il tunnel, che è stato chiuso e non più utilizzato, è stato trasformato in una porta segreta che porta a un'apertura nel muro. La lapide che ricorda gli 865 lavoratori che furono deportati al lager di Mauthausen è stata messa in alto per non essere vista dalla gente. Il testo anche descrive altri luoghi storici di Bergamo, come i rifugi antiaerei e il Ricovero nuovo, che erano utilizzati per accogliere prigionieri di guerra e deportati.
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