Lo Stato si è dunque ripreso Carditello. Come ha ben visto Gian Antonio Stella, è un altro successo del ministro per i Beni Culturali Massimo Bray: che fa serie con l'aver affidato Pompei alle mani giuste, e con la restituzione definitiva dei Bronzi di Riace agli italiani. Tre successi importanti anche perché sono concentrati al Sud: dove anche il patrimonio versa in condizioni particolarmente drammatiche. Certo, ci si potrebbe chiedere perché, una volta tanto che un monumento così importante era in mani private, lo Stato se lo sia dovuto riprendere: se Banca Intesa avesse fatto la sua parte, forse tutta la retorica del privato-che-salva-il-patrimonio avrebbe potuto diventare non dico credibile, ma forse meno ridicola. Invece no, lo Stato non ha avuto scelta: perché l'unica alternativa concreta al rimetterci i soldi pubblici era quella di abbandonare Carditello ad una distruzione che si stava avvicinando ogni giorno. È per questo che non riesco a comprendere la polemica dell'ex assessore ai Beni culturali di Bassolino, Claudio Velardi, il quale ha scritto sul suo blog che il ministro Bray «non sa che il tema della proprietà dell'enorme quantità di beni culturali esistenti nel Mezzogiorno e in Campania è l'ultimo dei problemi. E che quello della terribile camorra che incombe sugli appalti eccetera è solo il penultimo. Il primo, fondamentale problema è che nessuno sa cosa fare di questi beni, nessuno si sforza di capire come questi beni vanno messi a reddito. Perché tu puoi investire una valanga di soldi per ristrutturarli (e la ristrutturazione di Carditello distrutta costerà meglio, costerebbe, perché non si farà mai due occhi della testa), ma prima di tutto devi sapere "cosa farne" e "come gestirli"». E dunque andava forse meglio il ministro Ornaghi, che venne a Carditello, inorridì, promise e poi scomparve nel nulla? Certo, l'acquisto è solo l'inizio. Ma, come un tempo Gianni Rodari insegnava ai bambini, «chi non parte, in verità, in nessun luogo arriverà». Cosa fare di Carditello? L'idea più ovvia è di riportarla alla sua antica vocazione: essere il centro di una grande tenuta agricola produttiva. Una prospettiva diversa dalla musealizzazione, diversa dalla mortifera destinazione ad uffici. Una prospettiva capace di ricollegare il monumento alla sua terra e ai suoi abitanti. Come farlo? Io credo che l'idea più forte, sul piano pratico ma anche su quello simbolico, sarebbe affidare Carditello e le sue terre a Libera Terra, di don Luigi Ciotti. Per la sua capacità agricola e imprenditoriale, e per il messaggio fortissimo di legalità che ne scaturirebbe: Carditello deve diventare il segno del riscatto di quel territorio massacrato dalle discariche, dal potere della Camorra e dal degrado. Accanto a Libera potrebbero essere coinvolte le associazioni, a partire da Agenda 21 (e la donazione di 50.000 euro decisa da Fai ieri per festeggiare l'acquisto è il migliore dei viatici) e le università che si occupano di patrimonio monumentale. Ma l'importante è che sia chiaro che a Carditello è tornato lo Stato: lo Stato comunità, lo Stato come progetto di civilizzazione. Certo, almeno che non preferiamo continuare a dirci che tutto è inutile sempre.