Pizzofalcone, si sbriciolano piazze e bellezze della collina di Lamont Young NAPOLI I primi coloni greci scelsero il Monte Echia, di fronte all'isolotto di Megaride, per fondarvi il nucleo originario di Partenope. Oggi, duemilaottocento anni dopo, la città sembra aver dimenticato lo storico promontorio di tufo che domina il Golfo ed ospita importanti monumenti ormai a rischio estinzione. Lavori rimasti a metà, incuria, degrado. Ma c'è una parola che forse sintetizza meglio questo scempio: solitudine. È quella che ci stringe il petto appena giungiamo in cima a via Egiziaca a Pizzofalcone e svoltiamo l'angolo. Sull'impervio passaggio si staglia la mole dell'Immacolatella, settecentesca chiesa corrosa dagli agenti atmosferici e pericolante. Il portone murato non lascia spazio a dubbi: è un rudere, non più arte o memoria ma impiccio. Altri due muri impediscono di accedere al monumentale scalone, ormai nascosto da cespugli ad altezza d'uomo. Si sbriciola l'intonaco, cadono frammenti della vetrata. Eppure, a metà dell'Ottocento, il luogo di culto era stato completamente restaurato e fino a qualche decennio fa era rimasto un punto di riferimento per la vita del quartiere. Poi ha seguito l'oblio del Monte Echia. A pochi passi c'è la Villa romana di Lucullo (I secolo avanti Cristo), che raggiungiamo quasi senza accorgercene. Pare una formazione naturale. Guardiamo meglio: ci sono delle nicchie che probabilmente ospitavano statue (e oggi le scritte dei perdigiorno di turno). «I pochi resti visibili - spiega Michele Stefanile, docente di archeologia all'Università Orientale di Napoli - oggi sono attribuiti alla villa del ricchissimo Lucullo, valoroso generale distintosi durante le guerre mitridatiche. Il palazzo, che colpì già gli Antichi per la sua grandezza, era famoso per le specie rare allevate e coltivate. Molte piante e alberi da frutto erano dei souvenir delle sue campagne d'Oriente». Una residenza edificata due secoli prima di Pompei che viene letteralmente mangiata dal fango e dalla spazzatura. C'è anche il pneumatico di un camion. Seguiamo allora la recinzione che imprigiona il Belvedere, vero e proprio cantiere in decomposizione, e decidiamo di ritornare alla civiltà scendendo verso il Chiatamone. A metà strada ci attende il fantasma di Villa Ebe, il castello neogotico edificato nel 1922 su progetto di Lamont Young. Nel 2000 l'edificio è stato acquisito dal Comune con l'obiettivo di farne un museo di architettura liberty. Ma i balconi disseminati di rottami raccontano piuttosto una storia di abbandono. Siamo ormai alle pendici del monte, cercando di capire a che punto è la realizzazione dell'ascensore che dovrebbe collegare via Santa Lucia alla vetta del promontorio. Dietro le sbarre dei «lavori in corso» non c'è anima viva. Data prevista per il completamento dell'opera: aprile 2012. Il presidente della prima municipalità, Fabio Chosi, giustifica il ritardo per alcuni ritrovamenti archeologici. Ma l'assessore regionale Luigi De Falco ammette che «in verità mancano i soldi per pagare le ditte». Insomma, tempi lunghi per la rinascita dell'antica Palepolis.