Un nuovo esposto in Procura presentato dalla Soprintendenza contro il Museo Mille Miglia, ristrutturato nel periodo di Enzo Cibaldi. Il primo richiamo risale al 2009, ma poco o nulla è stato fatto all'interno del Museo per mettersi in regola. La Soprintendenza a dicembre ha effettuato un sopralluogo e sono ancora tanti gli abusi e le irregolarità ritrovate nel tempio che consacra la corsa più bella del mondo. Il risultato? Un esposto alla Procura. Nel mirino degli esperti parecchie irregolarità: capannoni, tettoie, vetrate costruite senza autorizzazione. E ancora: una recinzione con cancello, proiettori che hanno trafitto la muratura, un tetto in legno con teli di plastica e bidoni della spazzatura, lastre tombali usate come piano d'appoggio per realizzare i tavolini del ristorante. L'attuale direttore, Bruno Ferrari, assicura che il Museo è pronto a collaborare per risolvere il problema. Il primo richiamo nel 2009: pennoni e pubblicità andavano tolti dal Museo Mille Miglia. Carta straccia. Il secondo, a luglio: convenevoli spicci e il copia e incolla di un esposto in Procura, girato anche alla Loggia e firmato dalla Soprintendenza. Alla lettera: «Realizzazione di opere in contrasto con gli articoli 20, 21 e 29 del decreto legislativo 22 gennaio 2004 numero 42» e via così. In sintesi, la stessa storia: manifesti e stendardi che sventolano fuori e dentro il Museo vanno tolti subito. Segue un sopralluogo in data 13 dicembre 2013, con l'architetto Marco Fasser, Franco Claretti, del Comune, e tre agenti di polizia. Di nuovo: nulla. E tre: la soprintendenza ai Beni architettonici e paesaggistici ha fatto ancora un richiamo e un nuovo esposto in Procura. Il logo del Museo, illuminato da cinque proiettori, manifesti qua e là, quindici portali pubblicitari alti 2,5 metri, foto di bolidi d'antan hanno sgretolato intonaci del Quattrocento e del Settecento e non sono mai stati autorizzati. Come altri abusi, capannoni e reperti archeologici usati come tavoli da bar. Vanno tolti tutti ha spiegato la Soprintendenza. Prescrizione seguita fino a un certo punto, però: al Museo hanno rimosso i pennoni e alcune vetrofanie, non tutte. I portali con vistosa cornice rossa sono stati spostati, ma in un'area sottoposta a tutela paesaggistica. Quanto al logo: è ancora lì. Mercoledì, dopo aver informato la procura, la Soprintendenza ha spedito una comunicazione interna al Comune. Nelle pagine 2-4 dell'allegato si legge la lista di irregolarità mai notate fino al sopralluogo di dicembre. Capannoni, tettoie, vetrate costruite senza uno straccio di autorizzazione. Qualche esempio: una recinzione con cancello, proiettori che hanno trafitto la muratura. Un tetto in legno con teli di plastica e bidoni della spazzatura «che scrive la Soprintendenza non sembrano impreziosire la sobria ma elegante struttura architettonica». Le doghe lignee imposte dalla Soprintendenza sotto ai portici sono sparite: le hanno sostituite con la pubblicità. Poi, il Museo s'è concesso qualche stravaganza: le lastre tombali trovate dagli archeologi nel monastero benedettino voluto da Landolfo II intorno al 1008 sono diventate tavoli da bar, per i cocktail. E il torchio per la macinazione delle olive, un relitto del XV secolo, unico esempio in città e provincia, che la soprintendenza Archeologica aveva chiesto di mantenere in bella vista, è svanito sotto una struttura metallica con specchi e «arredi vari che ne occultano la vista». L'architetto Marco Fasser le riassume così: «Una vasta serie di irregolarità. Quando abbiamo visitato il Museo, un mese fa, ci siamo portati il progetto del restauro, eseguito nel 2004». Due controlli e hanno scoperto gli abusi: pezzi lapidei usati come tavoli, tetti e capanni costruiti senza permesso nel monastero benedettino, abbandonato dai monaci causa bizze con la Serenissima, trasformato da Napoleone nell'Ospedale Maggiore e, per farla breve, concesso dal Comune all'associazione Museo Mille Miglia nel 1997. Sia chiaro: gli abusi nulla hanno a che fare con l'attuale direzione. Il restauro risale all'epoca di Enzo Cibaldi, amministratore delegato dell'associazione e Vittorio Palazzani, il direttore. Con l'esposto in procura dovrà sbrigarsela l'attuale direttore, Bruno Ferrari: «Abbiamo tolto gli arredi più invasivi». Ma ne avete spostati alcuni da una parte all'altra. E il logo è ancora lì: «Abbiamo chiesto un appuntamento con la Soprintendenza: nulla. Il nostro architetto ha delle proposte, le ha girate al Comune, che attende il parere dell'ente. Dovranno pur dirci dove mettere tutto. I pennoni, per dire: vorremmo sventolarli fuori dal Museo, sull'aiuola. Mi creda, siamo più che disposti a collaborare». Il terzo richiamo non andrà a vuoto. Forse.