Se, nel centro di una città italiana, si scoprisse un enorme giacimento di petrolio, pochi metri sotto la superficie, e lo Stato centellinasse i fondi per costruire un pozzo rendendo l'estrazione quasi impossibile, e alla fine un mecenate privato aiutasse le operazioni facendo ripartire il cantiere, il mondo non capirebbe. Invece è normale che il sovrintendente dell'Opificio delle Pietre Dure fondato da Ferdinando I de' Medici nel 1588, dove stanno lentamente tornando alla vita capolavori più o meno danneggiati dai secoli o dai decenni (Leonardo, Beato Angelico, Pollock) o dall'alluvione di Firenze del 1966 (l'Ultima cena di Vasari), dica che "qui siamo quattro gatti" dopo una serie di tagli. Per fortuna, dopo l'intervento decisivo di Prada in collaborazione con il Fai, il sovrintendente dell'Opificio, lo storico dell'arte Marco Ciatti, spiegava ieri con un sorriso timido che per il cinquantenario dell'alluvione, nel novembre 2016, l'Ultima Cena potrà tornare al Museo di Santa Croce. "Ormai le questioni tecnologiche sono state risolte spiegava ieri il sovrintendente. E' solo un problema di forza lavoro". E un problema di tagli a un patrimonio che nessun altro Paese al mondo ha. Tagli che ai colleghi giornalisti stranieri è letteralmente impossibile far comprendere.