L'attuale discussione sulla destinazione del Palazzo delle Albere di Trento genera una serie di considerazioni. Si parte dal momento in cui viene inaugurata la sede di Rovereto del Mart, quando si dichiara un'assurda e ridicola incompatibilità dell'arte dell'Ottocento con un museo di arte moderna e contemporanea (che finirà per accogliere Antonello da Messina). Ovviamente gli investimenti sono tutti per la nuova sede. Il Palazzo delle Albere con il suo Ottocento entra così in una sorta di torpida e costosa agonia, fino alla sua estinzione e al suo abbandono. Si prosegue con la progettazione del brutto (se è permesso criticare una delle più fulgide stelle del firmamento architettonico) quartiere delle Albere, progettazione che lascia ai suoi margini proprio il Palazzo, da cui quel complesso prende il nome, come una sorta di escrescenza residuale. Si giunge poi alla situazione attuale in cui la cultura svincolata dalla ricerca, dalla scuola e dall'università è accorpata al turismo nelle competenze degli assessorati provinciali. Sulle decisioni future non possono dunque che pesare il successo del Muse e i biglietti staccati per la mostra di Antonello da Messina, promossa sul campo come la mostra per antonomasia e trasformata in una mostra feticcio. Il Trentino entra a far parte così di un fenomeno che percorre tutto il Paese: la proliferazione incontrollata di mostre e di festival. Sono talmente tanti che si è inventato anche il festival dei festival. Una delle proposte che mi pare emergere per il Palazzo delle Albere è appunto il museo dei musei. Siamo dunque in linea. Non ho idea di quale possa essere oggi l'impiego di uno degli edifici più prestigiosi della provincia, dunque non ho proposte. Penso che se ci fosse stata una programmazione politica del problema complessivo della struttura culturale del Trentino forse, all'avvio della sede roveretana del Mart, si sarebbe potuto destinare il Palazzo delle Albere a sede della scuola di uno o più dottorati legati alle teorie dell'arte e alle teorie scientifiche. Per soddisfare l'ossessione autonomistica del precedente assessore alla Cultura, il Palazzo avrebbe potuto ospitare anche un dottorato di eccellenza proprio sui problemi dell'autonomia, legato dunque alle problematiche delle piccole patrie nel tempo della globalizzazione. Ora l'università ha le sue sedi e anche queste non sono da moltiplicarsi al di là del necessario, come raccomandavano i filosofi medievali: entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem, così si è espresso Guglielmo di Occam. I privati? Sì, il Palazzo delle Albere potrebbe ingolosire Berlusconi.