Svolta nel restauro grazie a Prada e al Fai. Tornerà al Museo di Santa Croce «Fate questo in memoria di me» c'è scritto, in latino, in caratteri di un color oro caldo e luminoso sopra la testa di Gesù mentre la mano di una restauratrice riporta alla luce con un pennellino lungo e sottilissimo un particolare della tunica color rosa cipria del Nazareno. A pochi passi dagli stand di Pitti, dal campionario della moda che verrà, dai giornalisti e dai buyer internazionali e dagli uffici stampa e dai blogger vestiti in modo vagamente carnevalesco in caccia di soggetti da fotografare abbigliati in modo ancor più sorprendente, a pochi passi da tutto questo ci sono le sale silenziose dell'Opificio delle pietre dure fondato da Ferdinando I de' Medici nel 1588. Dove sta lentamente tornando alla vita il capolavoro devastato dall'alluvione del 1966 e da allora scomparso agli occhi del pubblico, l'Ultima cena del Vasari sommersa sotto sei metri d'acqua per un giorno e mezzo e salvata dagli «angeli del fango», i ragazzi che da tutta Italia e da tanti Paesi europei si precipitarono nella città alluvionata per aiutare a salvarne il patrimonio. Allora la grande tavola di pannelli di pioppo di oltre sei metri per due e mezzo sembrava perduta: semplicemente, 48 anni fa mancavano sia la tecnologia sia i fondi. Il legno venne fatto asciugare con cautela per evitare rotture, i colori vennero coperti con velinature per proteggerli da ulteriori danni e tutto fu custodito in un deposito, in attesa di un restauro che pareva impossibile. Ora, grazie al progresso di tecnologia e chimica, e all'aiuto decisivo di Prada in collaborazione con il Fai (quarto episodio dopo restauri a Bologna, Padova e Bari), il sovrintendente Marco Cianci spiegava ieri con un sorriso che per il cinquantenario dell'alluvione, nel novembre 2016, l'Ultima cena potrà tornare al Museo di Santa Croce: «Ormai le questioni tecnologiche sono state risolte. È solo un problema di forza lavoro. Siamo stati aiutati in passato dalla Fondazione Getty e ora l'intervento decisivo di Prada» (la casa milanese ieri sera ha anche inaugurato un nuovo grande negozio in via Roma, che si aggiunge a quello di via Tornabuoni). L'Opificio che forma anche restauratori stranieri agisce nel rispetto assoluto del lavoro degli artisti: «Quello che vedete è solo materiale di Vasari», sottolineava Cianci. Nessuna aggiunta, in un'ottica di mantenimento dell'opera che si estende anche alla parte posteriore del pannello, cioè alle travi orizzontali inchiodate che fissano abbastanza brutalmente le tavole e, dopo tanti secoli e i tantissimi danni dell'acqua, creano una serie di inconvenienti strutturali. «Ma continua Cianci fanno anch'esse parte dell'opera originale e stiamo pensando al modo giusto per non toccarle o per modificarle del minimo indispensabile». Terminata la visione dell'Ultima cena, il sovrintendente accompagna a visitare il resto del grande laboratorio di restauro, nel quale pendono dal soffitto come tante gigantesche proboscidi metalliche i tubi gialli dell'aria per aspirare quando necessario i vapori dei solventi che vengono utilizzati. Ecco così a pochi metri dal Vasari l'Adorazione dei Magi di Leonardo, lasciata incompiuta, un ritratto di Sebastiano del Piombo su lastra d'ardesia, e visto che la bravura dei restauratori fiorentini è di livello mondiale, «Alchemy» di Jackson Pollock, 1947, proveniente dal Guggenheim e malamente opacizzato dalla polvere e dai decenni, posizionato accanto alla radiografia 1:1 che evidenzia il lavoro di Pollock per preparare la tela, le vigorose passate di cementite. Visione affascinante che lascia però spazio alla tristezza quando il sovrintendente spiega che «qui purtroppo siamo quattro gatti» a causa di tagli che ai colleghi giornalisti stranieri è letteralmente impossibile far comprendere.
La rinascita dell'Ultima cena del Vasari. Capolavoro (quasi) perduto nel fango
Il Museo di Santa Croce di Firenze sta per riaprire l'Ultima cena di Vasari dopo 48 anni di restauro. Il capolavoro è stato devastato dall'alluvione del 1966 e da alluvione e da danni strutturali. Grazie al progresso della tecnologia e alla collaborazione con Prada e il Fai, il restauro è stato possibile. Il sovrintendente Marco Cianci spiega che le questioni tecnologiche sono state risolte e che il problema è solo la forza lavoro. L'Opificio delle pietre dure ha lavorato nel rispetto assoluto del lavoro degli artisti e ha mantenuto l'opera originale. Il restauro è stato possibile grazie all'intervento decisivo di Prada.
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