II debutto di Francesco Storace in campo ambientale fu subito persuasivo: diamoci un taglio con 'sti parchi regionali, a cominciare da quello dei Laghi di Bracciano e di Martignano a nord di Roma. Dopo, con la legge "ammazzaparchi", ha marciato con l'accetta sulle altre aree protette. Questo fu l'inizio del mandato. La sua fine è stata sigillata da una sentenza di merito, cioè definitiva, del Tar, che ha cancellato tutte le nomine storaciane per i Parchi dei Simbruini, di Veio e per Roma Natura: bocciate per mancanza di requisiti specifici e di consensi adeguati da parte delle associazioni (le cui indicazioni erano state cestinate). Di conseguenza, sono diventati nulli tutti gli atti dei tre organismi dalla primavera del 2004. Un altro bel caso di "buongoverno". Adesso, dopo la tirata di Silvio Berlusconi contro "lo Stato parallelo controllato dalla sinistra" (Consiglio di Stato incluso) abbiamo capito meglio: pure il Tar del Lazio è una cellula della sinistra. Ma perché tanta smania di mettere le mani dentro i Parchi? Intanto per bloccarli e possibilmente ridurli. Poi per infilarci persone di stretta fiducia, anche se privi di ogni competenza in materia. Infine, per favorire la "lobby" dei cacciatori, che sta molto a cuore a tutta Alleanza Nazionale, a partire dal ministro dell'Ambiente Altero Matteoli. È stata una strategia nazionale del centrodestra: lasciate che i cacciatori possano sparare, anticipate i calendari venatori, consentite di far bottino con gli stessi migratori, e così via. La Puglia del mitico "buongoverno" è stata trasformata da Raffaele Fitto in una immensa riserva di caccia, con libertà di sparo. Addio "caccia programmata". Libera doppietta in libera Regione, e niente zone di protezione lungo il passo degli uccelli migratori, sempre più rari. Come invece ci chiedeva l'Europa. Di taglio in taglio, sui laghi laziali sono stati sottratti alle salvaguardie del Parco circa 2.700 ettari, l'11,5 per cento della superficie iniziale. In un ambiente antico, fra necropoli e natura integra, a dir poco splendido. Con la legge "ammazzaparchi" del 21 marzo 2003, Storace ha ammesso la caccia cosiddetta "di selezione", ha fissato al 30 per cento del territorio il limite invalicabile per i Parchi, ha ridotto il peso delle comunità locali nei consigli di amministrazione e introdotto uno spoil system tutto politico con nomine di fiducia. Via, quindi, dalla presidenza del più sensazionale fra i Parchi regionali, quello dell'Appia Antica (naturalistico, archeologico, letterario, agricolo) Gaetano Benedetto, dirigente di primo livello del Wwf Italia, il quale, succedendo ad Antonio Cederna, ne aveva proseguito la linea rigorosa e fattiva, e dentro invece un tecnico informatico del Ministero delle Politiche Agricole, vicino all'assessore Saraceni, Marco Di Fonzo. Brava persona, cattolico di destra, e però senza esperienze specifiche in materia ambiental-archeologica. Tuttavia la nomina più lontana da meriti tecnici è risultata quella del nuovo presidente di Roma Natura, organismo coordinatore dei numerosi Parchi della capitale, quel Massimo Bugli, ex vice-presidente del Consiglio provinciale di Roma, il quale di ambiente non s'è mai interessato. Infatti, al pari di tanti presidenti imposti alla guida dei Parchi nazionali da Matteoli, Bugli presenta soltanto meriti di partito, la tessera di An. Per contro, è stato mandato a casa un valido dirigente ambientalista quale Ivan Novelli che aveva promosso tante utili iniziative, in primo luogo tutti i piani di assetto dei parchi romani. Del resto, alla guida dell'importantissima Agenzia Regionale della Sanità, il "governatore" non aveva messo l'ex deputato di An, Domenico Gramazio, uomo di azione assai più che di pensiero, in origine ragioniere all'Inps? Che a Francesco Storace nulla importasse dell'integrità di quanto resta dell'Agro Romano, lo si è visto quando ha avanzato, senza alcun coordinamento col Comune e con la Provincia di Roma, il progetto di una nuova autostrada - il Corridoio Tirrenico Meridionale - da Fiumicino a Formia, la quale nella prima versione tranciava senza pietà le aree protette di Decima e di Malafede, proseguendo poi dentro la bonifica pontina (dagli equilibri idraulici delicatissimi), passando a cento metri dal lago di Fondi, bucando i Monti Ausoni e Aurunci. La sollevazione degli ambientalisti, ma pure degli agricoltori e di altri imprenditori, dello stesso senatore di Latina, l'ex sindaco Aimone Finestra, è stata immediata: che senso ha investire circa 3 miliardi di euro (che nessuno ha) per questa devastante autostrada invece di dedicarsi all'indispensabile raddoppio della trafficatissima statale Pontina così ricca, purtroppo, di incidenti? Questa era e questa resta - analogamente alla statale Aurelia nel tratto maremmano fra Capalbio e Civitavecchia - la soluzione più logica, più immediata, più rapidamente cantierabile. Ma Storace, giudicando "fuori dal mondo" le opposizioni, ha preteso dal Cipe un primo stanziamento, rimasto, sin qui, nel limbo. Ma il "buongoverno" di Storace si è stagliato nel cielo della capitale anche col condono edilizio. Dove è arrivato a sancire la sanatoria delle stesse seconde case, delle villette al mare, spacciate per "abusi di necessità", cioè di forte contenuto sociale. Storace ha naturalmente respinto nell'occasione i paletti richiesti dal Comune di Roma sul quale si scarica l'onere del terzo condono in meno di vent'anni. Essendo invece uno dei Comuni che più ha fatto e sta facendo contro la piaga dell'abusivismo edilizio, dilagante nel Lazio, specie sulla costa. Quest'ultima, già sfigurata, è soggetta, per il 42 per cento, a forti erosioni. Noncurante di ciò, la Regione ha previsto la realizzazione di 6 nuovi porti e di altri 8 approdi turistici, oltre avari ampliamenti, che certo faranno benissimo all'erosione ripascendo di buon cemento gli arenili senza sabbia. Nella vicenda del condono anche il "governatore" pugliese Raffaele Fitto ha evitato accuratamente le posizioni alla Bas-solino, cioè di aperto contrasto alla nuova, disastrosa maxi-sanatoria (che anche in Puglia ha ridato lena agli abusi). Del resto si era già segnalato in una vicenda esemplare di fine legislatura, facendo votare la legge n.2 del 22 febbraio 2005 con la quale, in Puglia, il proprietario di un terreno espropriato per ragioni di pubblica utilità potrà essere indennizzato non in denaro bensì con metri cubi edificabili. Misura folle destinata ad accelerare la colata di cemento asfalto che, ogni anno, si "mangia" oltre 100 mila ettari di buona terra italiana, seminando ovunque case e casette, palazzoni, lottizzazioni, centri commerciali, multisala, ecc. destinati a svuotare le città esistenti. Niki Vendola ha assicurato che comincerà abbattendo i "mostri" di Punta Perotti. Il lavoro non mancherà pure a Piero Marrazzo. La Regione Lazio si è mossa in senso contrario anche rispetto all'intesa fra l'allora presidente Piero Badaloni e il Ministero dei Beni culturali, tesa ad arricchire i piani paesistici col riconoscimento di numerose e significative aree archeologiche. Con la Finanziaria del dicembre 2004, si sono invece drasticamente limitati tali vincoli e si è stabilito che gli accordi di programma per il recupero urbano, finanziati dalla Regione, "possano comportare variazioni ai Piani territoriali paesistici vigenti". In parole povere, se c'è da costruire nuovi lotti residenziali, siamo qua noi, pronti a variare i Piani come meglio vi conviene. L'equivalente dell'urbanistica di "rito ambrosiano" dove l'ente pubblico contratta la pianificazione (si fa per dire) coi privati, cioè con gli interessi immobiliari forti. E si adegua. Infine, il capolavoro istituzionale di Storace è stato quello di far dipendere dalla volontà della Regione il ruolo della nostra capitale, doppia capitale (come questi giorni evidenziano, in modo clamoroso), della Città Eterna, umiliandola al rango di capo-luogo del Lazio, o poco più. Il suo partito non è forse alleato col Bossi "celtico", col Bossi di "Roma ladrona"? Chiudiamo qui, per ora, il catalogo di gemme del "buongoverno" di Storace, di Fitto e di altri presidenti finiti in minoranza. Auguriamoci che la loro strategia venga ribaltata, nel metodo e nella sostanza, e che nasca una politica alternativa, "sostenibile", attenta ai beni primari irriproducibili, nutrita di dibattiti e di studi seri. Giorni fa, ad una importante radio privata, l'editorialista Piero Ostellino ha detto che, con lo scontento che investiva il governo Berlusconi, anche sua nonna avrebbe vinto, al posto di Piero Marrazzo, contro Storace e i suoi fratelli. È altamente improbabile. È senz'altro probabile invece che la nonna di Ostellino, donna, immagino, virtuosa e intelligente, avrebbe governato meglio di Storace, di Fitto e di altri ora mandati all'opposizione.