PIÙ DI MILLE persone hanno salutato il 2014 ballando tutta la notte su ritmi electro-house. Il che non sarebbe una notizia, se non lo avessero fatto all'Archivio Centrale dello Stato, a Roma. La Cgil ha parlato di "ubriacatura sottoculturale del mercato": e non c'è dubbio che la cornice ideologica è quella implicita, endemica apparentemente senza alternative di un neoliberismo senza limiti. Il vento che ha portato Matteo Renzi da Firenze a Roma è lo stesso vento che fa attecchire ovunque il modello fiorentino: dal tariffario per il noleggio del patrimonio artistico messo a punto dalla Soprintendenza, all'affitto di Ponte Vecchio e delle piazze ad eventi privati. E Firenze non rinuncia alla sua posizione di leadership nella mercificazione dei beni comuni. Con una escalation inedita il noleggio comincia a interferire con la vita delle istituzioni, chiudendo spazi importanti in orari diurni: il sito della Biblioteca Nazionale Centrale comunica che "giovedì 9 gennaio 2014 la Sala Lettura E. Casamassima sarà chiusa in concomitanza dell'evento organizzato con la Società Pitti Immagine". Pudicamente, non si dice di che cosa si tratti: ma il sito di Pitti svela che si tratta di una sfilata, per la precisione del lancio della collezione uomo di N. 21 di Alessandro Dell'Acqua, che si presume felice di poter disporre così il sito di Pitti "di una location fiorentina ricca di storia e di atmosfera". L'associazione dei lettori protesta, ricordando che le stesse sale di lettura non sono nemmeno riscaldate, e denunciando che la Nazionale sta diventando, letteralmente, "esclusiva". Dal canto loro, i funzionari intraprendenti affermano che i tagli alla spesa pubblica li costringono a scegliere tra la morte per fame e la prostituzione. Se i governi continueranno a non assicurare la vita dei nostri istituti culturali e se i ministri per i Beni culturali continueranno a non imporre il rispetto del Codice e della Costituzione questi fenomeni non potranno che aumentare. D'altra parte, la dignità è come il coraggio: chi non ce l'ha, non se la può dare. T E AT R O di Camillla Tagliabue Dalla camorra nasce un attore Giù negli abissi della paternità Il saldatore subacqueo di Jeff Lemire, Panini 9L, 220 pagg., 19 euro CI SONO ALMENO due ragioni per leggere "Il saldatore subacqueo" di Jeff Lemire. La prima è che Lemire non è lento e verboso come sono di solito i fumettisti canadesi, la storia che vuole raccontare è chiara e non ha bisogno di troppe didascalie o parole: Jack Joseph è un trentenne che di lavoro fa il saldatore subacqueo, come suo padre prima di lui. Sua moglie sta per partorire ma lui, prima di affrontare il bambino in arrivo, deve risolvere il trauma che lo ha tormentato per anni, la scomparsa in mare del padre durante una notte di Halloween. Un evento che ha deformato il ricordo del genitore, un ubriacone inaffidabile ricordato come eroico avventuriero degli abissi, e che sembra impedire l'inizio di una paternità serena per Jack. La seconda ragione per leggere il graphic novel prescinde dalla trama ed è tutta tecnica: Lemire vuole dimostrare di essere un virtuoso, costruisce tavole che uniscono un montaggio cinematografico (la camera che si avvicina sugli occhi sgranati del protagonista, trucco efficacissimo quando questi è un palombaro) e scansione intrinsecamente fumettistica, come l'immagine a tutta tavola divisa comunque in vignette con piccole variazioni che creano una sequenza temporale. "Il saldatore subacqueo" è uno di quei fumetti che si regge sul montaggio e che dimostra che quello che conta non è la storia che hai da raccontare, ma come la metti in scena. Tutta la tensione narrativa è data dall'a l te r n a n za tra punti di vista, tra presente e passato, tra dettagli zoomati e vignette mute di mare silenzioso. I colpi di scena sono tutti grafici, il parallelo tra la nascita del figlio e il superamento della morte del padre è psicanalisi spicciola, ma il racconto grafico che ne deriva non è affatto scontato, degno di un film di Terrence Malick (se a Malick interessasse essere capito). Jeff Lemire oggi è soprattutto un autore della DC Comics, supereroi e dintorni. Ma "Il saldatore s u b a cq u e o" dimostra come lavorare per il grande pubblico aiuti a diventare più efficaci quando si passa al graphic novel. IL FUMETTO di Claudia Colasanti Idecenni esistono, solo che la loro decorrenza non coincide con i loro limiti naturali. Lo sottolinea da fenomenologo Renato Barilli, segnalando come nell'arte gli Ottanta fossero cominciati nel 1974 e i Novanta ben cinque anni prima. Lo stesso si può dire dei roventi e sperimentali anni 70: esplosero nei Sessanta con l'avversione verso i mezzi artistici tradizionali e invasero, con opposte e dilaganti citazioni pittoriche, i più apparentemente leggeri anni Ottanta. Del decennio Settanta si occupa da tempo Daniela Lancioni, al timone della mostra Anni 70. Arte a Roma, allestita a Palazzo delle Esposizioni (Via Nazionale 194, Roma. Fino al 2 marzo 2014), che li fa arretrare di almeno tre anni: "Per noi storici dell'arte la data cruciale è il 1967, anno cui il gallerista romano Fabio Sargentini organizza la mostra Fuoco, Immagine, Acqua, Terra e il critico Germano Celant lancia la sua teoria sull'Arte Povera". Un decennio non troppo lontano perché possa essere definito attraverso una distaccata ricognizione storica. IN QUESTO CASO, a delimitarne l'impatto, è indubbiamente il luogo dei fatti, come indica il sottotitolo: Arte a Roma. Nella Capitale, non solo nell'imma - ginario collettivo (anche per i coevi scrittori e cineasti che descrivono, a tratti lamentandosene, il clima inflazionato di arte sperimentale, come fa Moretti ne Io sono un autarchico, del 1976), si tratta di anni "caldi", in cui gli artisti barattano quasi del tutto le note personali (poi riemerse sul finire del decennio) per amalgamarsi con l'im - pegno politico e l'utopia della sovversione. Durante la gran parte di quegli anni, sia per i romani che per i celebri artisti in transito, la priorità sembra essere l'impegno politico e sociale (il decennio culmina a Roma nel '78 con il rapimento e l'uccisione di Moro), la rimozione degli strumenti tradizionali, l'adozione di nuove tecnologie (la fotografia e il videotape su tutti), la riscoperta degli elementi naturali, la riattivazione dello spazio grazie alle installazioni e l'avvicinamento alla sfera teatrale attraverso le (talvolta provocatorie) performance. In mostra 200 opere, di 100 autori italiani e internazionali con fotografie scattate in mostre cruciali, come Contem - p o ra n e a , nel parcheggio di Villa Borghese (1973-1974) per raccontare i diversi linguaggi, le sperimentazioni, le performance ed i dibattiti. Tutti i protagonisti sono presenti, con almeno un'opera, da De Dominicis a Kounellis, da Mauri a Penone, da Merz a Paolini, fino a Boetti, ma l'ordine non è del tutto cronologico: la rassegna è divisa in aree di pensiero, da il Doppio, passando per il Linguaggio e fino a il Racconto, compresa parte del prezioso Archivio Giaccari, che contiene centinaia di registrazioni video degli eventi. Non era facile raccontare tutto, nella vastità dei risultati, anche estetici, compreso l'emergere massiccio della pittura "colta" e di quella nuova, poi definita da Achille Bonito Oliva Transavanguardia. Ma a tratti, nell'ordine suggerito e dichiaratamente arbitrario delle opere nelle sale, pare dissolversi l'anima impetuosa e perturbante di quell'onda concettuale, politica e ideologica, così densa di partecipazione, che attraversò senza sosta l'intero decennio. Il decennio lungo della Capitale "ANNI 70, ARTE A ROMA", IN MOSTRA FINO AL 2 MARZO AL PALAZZO DELLE ESPOSIZIONI A RT E SECONDO TEMPO L'aria è ottima (quando riesce a passare). Io, attore, fine-pena-mai Aniello Arena, Rizzoli, pagg. 222, 1 6 ,0 0 IL TEATRO è delinquenziale: dal camorrista è nato un artista. Aniello Arena, napoletano, classe 1968, è il più famoso attorecarcerato del mondo, già istrione della compagnia della Fortezza del carcere di Volterra (nata dal genio folle e visionario di Armando Punzo) e vincitore di un Nastro d'Ar - gento come protagonista di "Re a l i ty ", film di Matteo Garrone, incensato a Cannes. Ora il teatrante si cimenta con la scrittura, sfornando insieme a Maria Cristina Olati, la toccante autobiografia "L'aria è ottima (quando riesce a passare). Io, attore, fine-penamai". Condannato all'ergastolo per strage, Arena si professa (almeno di quella) innocente, ma il suo libro non è una memoria difensiva, né una sbrodolata retorica sul pentimento o un appello al sentimento, quanto il quaderno del carcere di un uomo che dietro le sbarre ha imparato l'i t a l i a n o, ha preso il diploma di terza media, ha studiato recitazione e adesso cita Shakespeare e Dostoevskij. Nel Paese delle galere sovraffollate, dei detenuti suicidati, dei regimi penitenziari indegni e inumani, quella di Aniello suona come una favoletta per anime belle: eppure è cronaca vera, e nera; un manifesto poetico degno di Artaud e Genet; un'avventura improbabile, quasi utopistica, in cui l'arte è prim'attrice, moglie, amante, pozione, medicina, ovvero l'unica possibilità di riscatto e di evasione, anche in senso letterale. Con un pizzico di umiltà ("Non sono un attore, sono uno che fa teatro perché mi fa sentire bene") e molta ironia, il guappo somiglia a un anti-eroe di un dramma didattico di Brecht, o al mollusco di una sua celebre battuta: "S a p e te come si sviluppa la perla nell'ostrica? Un corpo estraneo insopportabile, per esempio un granello di sabbia, penetra dentro al guscio e l'ostrica, per seppellire quel granello, secerne calce, e in questo processo rischia la morte. Allora, dico io, al diavolo la perla, purché l'ostrica resti sana!". PATRIMONIO ALL'I TA L I A NA di Tomaso Montanari Lo stile Firenze dilaga ovunque 200 OPERE, 100 ARTISTI Al Palazzo delle Esposizioni fino al 2 marzo di Stefano Feltri