PROCESSO a GIBELLINA IL LIBRO Quaranta anni fa Gibellina crollò sotto le sue macerie sepolta dal sisma. La sua ricostruzione che è un esempio unico al mondo di progetto di città realizzato per una città che esisteva solo nel ricordo di chi l'aveva abitata Gibellina oggi sventola la bandiera dell'arte e della architettura ma ha anche conosciuto accese diatribe. Il caso Gibellina è ora al centro del libro "Te la do io Brasilia-La ricostruzione incompiuta di Gibellina"di Mario La Feria (ed. Stampa Alternativa). LA POLEMICA Torna dunque la polemica: progetto di valore sociale, culturale e politico al di là della sua effettiva realizzazione o utopia mancata? Ludovico Corrao, l'ispiratore della Nuova Gibellina di cui è stato sindaco per 25 anni, non si esprime: "Lascio ad altri le analisi, fare polemica con il passato limiterebbe la mia fantasia". Ma cosa ha significato l'avventura innovativa di questo angolo di Sicilia? Ecco i pareri di Mario La Feria e di Achille Bonito Oliva. L'accusa di Mario La Ferla, giornalista e autore di "Te la do io Brasilia. Solo un sogno nel deserto gli abitanti sono a disagio" Gibellina? Un sogno nel deserto". Mario La Ferla non ha dubbi: l'esperienza della città-utopia non si è rivelata abbastanza forte. E lo straordinario dell'arte e dell'architettura perdono nello scontro con la quotidianità che reclama funzionalità ancor prima che bellezza. La Ferla, giornali sta con trent'anni di inchieste pei "l'Espresso" alle spalle, si avventura nella storia di Gibellina e ne racconta fatti, personaggi, risvolti politici. Il risultato è un libro che dipana quarant'anni di vicende siciliane e non fa sconti a nessuno. La Ferla, il primo capitolo del libro è una dichiarazione programmatica: "Belice, dalla tragedia alla beffa". «È sotto gli occhi di tutti che queste opere, sul cui valore ovviamente non si discute, siano adesso in condizioni di abbandono, e Gibellina appaia come una città fantasma dove gli abitanti dichiarano di non trovarsi a proprio agio. Si è preferita l'arte ai servizi di pubblica utilità». La chiesa di Ludovico Quadroni e il Meeting-bar di Consagra dovevano essere per tutti, ma allora cosa non ha funzionato? «La realizzazione delle opere non è andata bene. La chiesa è crollata ancor prima di essere inaugurata, la struttura di Consagra avrebbe bisogno di manutenzione come altre opere. Si è pensato molto alle idee e forse troppo poco alla fattibilità, alle persone». L'idea era di ricostruire una città offrendo una possibilità diversa. «Non metto in dubbio che i propositi fossero positivi e di spessore culturale. E per la Sicilia l'arte rappresentava un'occasione preziosa per essere conosciuta. Ma il risultato finale terrorizza e stupisce». Per Gibellina c'era anche un progetto di Bruno Zevi e Danilo Dolci. «Sì, ma non venne mai preso in considerazione.Zevi e Dolci vi avevano lavorato a lungo, incontrando e discutendo con la gente del posto». Eppure a sostenere questa utopia c'erano personaggi come Guttuso e Sciascia. Gibellina ha ospitato le avanguardie della creatività internazionale nei settori del teatro, danza, musica e arti visive. «È innegabile che la città sia un progetto molto noto, conosciuto in particolare all'estero. Ma è una città, ad esempio, che deve fare i conti con il problema dell'emigrazione: sono ancora tanti i giovani che vanno via, che nutrono un sentimento di disagio. È una città fantasma: con un investimento che raggiunge all'incirca i ventimila miliardi di lire, credo si sarebbe potuto fare molto di più». La difesa di Achille Bonito Oliva, teorizzatore della Transavanguardia: "Un progetto profetico una ricostruzione reale" GIBELLINA? Un progetto culturale molto importante, profetico. Ha anticipato l'atteggiamento della politica che utilizza l'arte come collante sociale». Achille Bonito Oliva, critico d'arte, docente e teorizzatore di una delle maggiori correnti pittoriche contemporanee, la Transavanguardia, responsabile del settore arti visive per la Fondazione Orestiadi, usale parole delle grandi occasioni per parlare del progetto Gibellina. E si schiera assolutamente a favore del sogno, individuandolo come motore insostituibile della crescita umana. La riqualificazione di Gibellina attraverso l'arte è un fatto epocale? «È la prova che l'arte agisce realmente sul tessuto, urbanistico e sociale. Qui è avvenuta una ricostruzione reale, non metaforica». Quali sono stati i passaggi determinanti per questa scommessa giocata in nome dell'arte? «Tutti gli artisti che hanno contribuito al progetto hanno lasciato un segno importante e indelebile, penso a Mendini, alla Accardi, a Burri. Il "Cretto" che ingloba la morte e la vita, ricoprendo le rovine della città distrutta dal terremoto è un vero colpo di genio». Come è avvenuto il dialogo tra azione e astrazione teorica? «Se pensiamo al passato, esistono altre città realizzate su un progetto, come Pienza costruita per volere di Piccolomini, in poco tempo e sotto il segno dell'arte». Allora l'utopia ha retto al passaggio nella realtà? «L'utopia appartiene alla mia cultura, l'utopia non è ingenua ma generosa. E merita rispetto, recupero in questa crisi totale». Uno dei problemi dell'arte contemporanea è la manutenzione, che è anche il problema delle opere di Gibellina. Lei cosa suggerisce? «Guardi, a Napoli ho appena consigliato al Comune la creazione di una struttura dedicata proprio al restauro. Sarebbe possibile realizzarla anche in Sicilia: si potrebbero creare nuove professionalità che si occupino di restauro e di visite guidate alla città». E cosa direbbe agli abitanti che dopo quasi quarant'anni dicono di non sentirsi a proprio agio a Gibellina Nuova? «Certo, è un problema. Ma il nuovo fa fatica a penetrare, a essere accettato. Magari si poteva fare un lavoro intorno al progetto, per comunicarlo agli abitanti». E i suoi progetti a Gibellina? «Tra qualche giorno saremo in Pakistan per presentare un lavoro del gruppo Stalker. È un modo per far conoscere questa realtàe interloquire con altri Paesi attraverso la cultura». p. n.