In provincia sono oltre 4.000 gli edifici rurali. Fra essi un migliaio di cascine vuote. Un tesoro architettonico da salvare. Trecento sono già andate perdute. C'erano una volta le cascine nella Bassa. Ex templi del lavoro bracciantile. Nidi stretti e sobri che fino a mezzo secolo fa hanno ospitato decine di migliaia di famiglie. Appena hanno potuto gli uomini e le donne che le abitavano hanno scelto la fabbrica, il sabato e la domenica senza dover mungere le vacche. E la villetta a schiera, simbolo di emancipazione. C'erano una volta le cascine. Quattromila quelle censite dall'architetto Dezio Paoletti, che macchina fotografica a tracolla ha percorso la Bassa, la Franciacorta e il Garda meridionale. Un terzo delle quali già abbandonate, mentre trecento sono già sparite. Per sempre. Il crollo inizia dai tetti. Da quegli splendidi tetti che paiono tante arche di Noè sottosopra. Il vento e il tempo spostano le tegole e le gocce di pioggia bagnano le travi. Che cedono. Ogni crollo almeno cinque l'anno nel bresciano sancisce l'inizio della loro fine. Difficile ritornino in vita rispettando le antiche strutture. Certo esempi virtuosi non mancano. Basta pensare alla cascina Sei Ore di Gambara, ristrutturata grazie al portafogli capiente della famiglia Lonati (quelli del meccano-tessile). «Ci hanno fatto pure la piscina per le oche» ricorda Paoletti. Non solo. Lì ad un tiro di schioppo, a Visano, c'è la cascina Le Colombaie . Un piccolo mondo antico di tavelle e porticati. Oppure Pozzolengo, sul Garda, c'è l'incanto extra lusso di un resort da rivista d'architettura nato un rudere mezzo diroccato, qual era l'abbadia di San Vigilio . Ci sono anche pochi borghi popolari recuperati e condivisi non ad uso esclusivo di facoltosi imprenditori ma da più famiglie della classe media. Un esempio unico e arricchente è il borgo di Monticelli d'Oglio (Verolavecchia). Ma per ogni cascina recuperata ce ne sono due che stanno per sparire. Rovine abbandonate si notano a fianco delle principali strade provinciali della pianura e nel cuore di quasi tutti i paesi agrari. Fa tristezza passeggiare nelle feste natalizie in quel «kibbutz» padano che era il Campazzo di Pontevico. Nelle stalle dove la narrazione immaginifica degli anziani riempiva le fredde sere d'inverno, sotto i porticati dove si squartava e si lavorava il maiale, c'è silenzio e qualche sacco di concime in plastica. Sotto una barchessa vicino alla ferrovia si aggira qualche sari colorato e bambinetti con i capelli raccolti nel tradizionale copricapo. Sono mogli e figli dei moderni punjab mandriani che vivono in quel che resta di quelle rosse tavelle. Non va meglio nel complesso di Santa Maria degli Angeli nella vicina Pralboino, oppure alla Rivierina di Gambara, o al Castelletto di Quinzano d'Oglio, oppure al borgo di Verziano (alle porte della città) diventato un lascito appartenente agli spedali Civili. E pensare che, se recuperate in modo intelligente, tante cascine potrebbero rivelarsi un'arma per combattere il consumo di suolo che nella nostra provincia fino al 2009 (ovvero prima della crisi del settore edile) parlava di 2 ettari erosi al giorno. Ventimila metri quadrati di terreni agricoli ricoperti di cemento, per realizzare bifamigliari e non che oggi rimangono sfitte e invendute. A migliaia (questo l'obiettivo della nascente legge regionale, di cui si parla nella pagina a fianco). «Anni fa aggiunge lo studioso diversi politici regionali avevano promesso l'istituzione di un fondo per arginare questo sfacelo. Sovvenzionando per lo meno la messa in sicurezza dei tetti. Ricordo un bel convegno a Corticelle Pieve. Tante belle promesse. Eppure non servirebbe tanto per salvare almeno i tetti». Solo in Italia riusciamo a perdere pezzi importanti della nostra storia. Le cascine sono dei musei, che ti parlano di cosa era la vita in campagna. Certo, in un paese lascia crollare pezzi di Pompei, le cascine della Bassa (bresciana ma anche cremonese e parmense) difficilmente godranno di qualche priorità d'intervento. Eppure, chiude l'architetto Paoletti, «Andate in Francia, in Olanda, o in Germania a vedere se permettono il crollo dei loro casali di campagna».