Modelli del grande mecenate erano gli Uffizi e le gallerie di Dresda «Fu superiore a tutti i collezionisti, così generalmente di moda nel secolo XVIII, perché seppe mostrarsi benevolo e liberale agli artisti e ai letterati, comprendendo tutti i benefici d'un mecenatismo illuminato e sapendolo esercitare con finezza di gusto; [] fu un uomo che, sapendo quanto facile sia lo spendere e difficile lo spender bene e come il far buon uso delle ricchezze sia quasi altrettanto difficile quanto l'accumularle, i frutti di sue fatiche non meno che delle sue fortune converse per intero a decoro ed a vantaggio de' suoi concittadini». «Nessuno per altro ha mai pensato finora a soddisfare il desiderio che i bergamaschi potessero nutrire di conoscere un uomo siffatto da una biografia completa e che pur nelle lodi mai non venga meno alla santità del vero; tanto che invano, all'in fuori dei pochi cenni stereotipatamente ripetuti, noi cercheremmo notizie di lui dopo l'Elogio letto dal Conte Carlo Marenzi Commissario Presidente il dì 10 agosto 1826 nell' Accademia Carrara». Così Angelo Pinetti all'inizio del secolo scorso proponendosi di «tracciare la vita di chi fu solerte cultore delle arti e sostegno degli artisti, dotto ricercatore delle patrie memorie, cittadino operoso, benemerito, incorrotto», cioé del conte Giacomo Carrara, e di «dire per quali vie e con che cure assidue egli, profondendo le proprie ricchezze e superando difficoltà non poche, abbia aperto quella Galleria e istituito quella Scuola di pittura in cui tanta gioventù trovò istruzione». È passato quasi un secolo da quando l'autore delle pagine raccolte sotto il titolo «Il conte Giacomo Carrara e la sua galleria secondo il catalogo del 1796» edito dall'Istituto Italiano di Arti Grafiche, si era cimentato nel suo proposito di primo biografo del fondatore dell'omonima Accademia il cui ritratto ancora ci guarda dali dipinti di Fra Galgario o Bartolomeo Nazari, con l'aria di chi sogna di trasformare la cultura artistica della sua città e pensa magari alle gallerie di Dresda o agli Uffizi a Firenze. Un tempo in cui gli studi avviati per il bicentenario della fondazione della Carrara, e pubblicati nel 1999, hanno portato a risultati importanti nella conoscenza del conte Giacomo quale collezionista grazie alla valorizzazione delle fonti documentarie (largamente costituite dall'archivio di famiglia e personale del nobiluomo) e ad alcune intuizioni (che hanno suggerito inediti approcci interpretativi). Si pensi al lavoro curato da Rosanna Paccanelli, Maria Grazia Recanati e Francesco Rossi «Giacomo Carrara (1714-1796) e il collezionismo d'arte a Bergamo», in particolare il saggio della Paccanelli «Tra erudizione e mecenatismo. Itinerario biografico di un collezionista illuminato» e ad altri testi. Saggi che non solo hanno ricalcato le orme del figlio del conte Carlo e della contessa Anna Maria Passi nato il 9 giugno 1714 a Bergamo, 300 anni fa. Non solo hanno seguito lo studente di lettere e filosofia presso il Collegio Mariano (poi Liceo Sarpi) in città con il fratello Francesco (futuro cardinale), e successivamente di disegno a Verona, Venezia e Bologna, quindi, dopo la morte del padre nel 1755 nel suo viaggiare da erudito tra Parma, Bologna e Roma, Firenze e Pisa, nel suo intrecciare relazioni con studiosi e collezionisti, pittori e mercanti d'arte, o lungo i sentieri di una parabola nel segno del «bello». Si è trattato infatti della prima serie di scritti che, tentando nuove chiavi ermeneutiche, oltre gli elementi descrittivi, hanno provato a riflettere su un dato, come già invitava a fare Francesco Rossi. Come è accaduto che il discendente di una famiglia non ricchissima e di nobiltà recente, abbia potuto raccogliere una collezione cospicua e aperto nuovi canali di acquisizione di opere, oltre al mercato antiquario, senza rovinarsi? Cosa hanno significato nell'evoluzione del collezionista i suoi rapporti con il patriziato bergamasco? E il suo ruolo di consigliere di parroci e pie istituzioni? E le commissioni procurate ad artisti allora in ascesa? Quali ancora le sue scelte nel processo di rinnovo degli arredi sacri in atto nella seconda metà del '700, quando ad esempio nelle chiese e non solo a Bergamo e dintorni ci si sbarazzava di opere antiche, quando era facile recuperare dipinti a seguito della soppressione di ordini religiosi? Se è ben vero che il riordino dell'archivio (si veda l'inventario edito da Juanita Schiavini Trezzi «L'archivio famigliare e personale del conte Giacomo Carrara», pubblicato dalle edizioni Sestante) ha già consentito l'avvio di indagini sistematiche a spianare la strada a nuove piste di ricerca e a indicare gli esiti di collegamenti fra il modo di vivere il collezionismo e la personalità del Carrara, molto ancora attende gli studiosi. E chissà che il nuovo anniversario offra l'occasione per quella biografia completa che ancora attendiamo. Sarebbe interessante per leggere tutta la vita del mecenate e del collezionista che via via conseguì metodo e originalità di giudizio riflessi nella sua Raccolta, che aprì una Scuola dalla gloriosa storia (lo dimostrano allievi come Piccio e Trecourt) e che vive tutt'oggi (avendo avuto la capacità di rinnovarsi), ma anche del buon conoscitore delle debolezze umane. Insomma avremmo un profilo più esauriente dell'uomo, con le sue preferenze, da quelle iniziali indirizzate a disegni e stampe accessibili sino ai dipinti di rilievo (specie del '400 lombardo e del '500 veneto), con i suoi pregiudizi (ad esempio verso la pittura di genere dalle nature morte ai paesaggi poco presente), le sue contraddizioni (nell'atteggiamento verso pittori contemporanei ), ma pure il profilo del saggio che, sulla scorta dei suoi trascorsi di amministratore di terreni e case, seppe dettare precise disposizioni per la corretta amministrazione dell'Accademia eletta erede dei suoi beni. Esortando ad esempio i commissari a guardarsi «sopra tutto dal nominare e molto meno di eleggere, di quelli che hanno troppa opinione di se medesimi, li quali soffrono di essere contraddetti e che non venga accettata la loro opinione, buona o cattiva che sia...». E, quanto al funzionamento della Galleria e della Scuola e alle nomine, lanciando questo ammonimento: «Non si dia orecchio ad uffici, raccomandazioni e suppliche per le quali spesse volte, con scandalo universale, vengono elette persone inabili, che niuno prenderebbe al suo servizio, onde è espressa mia volontà che in tali elezioni non si abbia in considerazione la povertà, se ben fossero gentiluomini, ma unicamente l'abilità, quale solo unitamente al buon concetto si ricerca ed è necessaria in questi casi».