TRENTO «Forse costruiremo un'impalcatura per consentire ai visitatori di ammirare da vicino le opere di Dosso Dossi nel soffitto della biblioteca del Buonconsiglio». Vincenzo Farinella, curatore della mostra sul pittore trentino che aprirà al castello il 12 luglio, ci conduce alla scoperta dell'allestimento. A Trento arriveranno opere dagli Uffizi e da Cracovia. «La grande mostra che una quindicina di anni fa si è svolta a Ferrara e in America proponeva un nucleo di opere numericamente maggiore, ma non poteva contare sul confronto con le sale dossesche del Buonconsiglio. Trento vanta sette sale decorate dai fratelli Dossi. Un insieme imponente di opere, tra cui vanno ricordate anche le dodici splendide tavole nel soffitto della biblioteca, importantissime, che speriamo di riuscire a rendere visibili. Stiamo discutendo sulle modalità per farlo, forse sarà possibile costruire un'impalcatura per poterle ammirare da vicino». È Vincenzo Farinella, docente di arte moderna presso l'università di Pisa, a darci questa anticipazione su Rinascimenti eccentrici. Dosso Dossi al Castello del Buonconsiglio, la mostra di cui è curatore che dal 12 luglio al 2 novembre offrirà un capitolo tra i più densi della storia del Magno Palazzo, saldamente intrecciato alle maggiori vicende artistiche dell'Italia tra gli anni Venti e Trenta del Cinquecento. «E quei che furo a' nostri dì o sono ora, Leonardo, Andrea Mantegna, Gian Bellino, duo Dossi, e quel ch'a par sculpe e colora Michel, più che mortale, angel divino; Bastiano, Rafael, Tizian, ch'onora non men Cador che quei Venezia e Urbino»: siamo nel XXXIII canto dell'Orlando Furioso (1532) e tra i grandi artisti del suo tempo Ludovico Ariosto annovera anche i fratelli Dossi, al par suo gravitanti attorno al sofisticato ambiente culturale dei duchi d'Este, a Ferrara. Di Giovanni Luteri, detto Dosso Dossi, non esiste certezza né sul luogo né sulla data di nascita (Tramuschio, 1486? Ferrara, 1542). Il padre, Nicolò di Alberto di Costantino, nativo di Trento, fin dal 1485 è documentato come residente nel piccolo stato di Mirandola, confinante con il marchesato di Mantova e il ducato estense. Ammiratore di Cosmè Tura, Dosso entra a contatto con l'arte veneta durante alcuni probabili viaggio a Venezia nel secondo decennio del Cinquecento. Si accosta alla tecnica di Giorgione e di Tiziano riprendendone alcuni caratteri specifici come le vaste aperture di paesaggio e la ricchezza cromatica per dar vita a immagini di tono favoloso, fino alle opere più tarde che possiamo ammirare presso il Castello del Buonconsiglio in cui il suo linguaggio risulta arricchito degli influssi della più aggiornata cultura centro italica, in particolare da quella di Raffaello e di Michelangelo. È Bernardo Clesio a scrivere una lettera ad Alfonso d'Este chiedendogli «in prestito» Dosso, il suo pittore di corte, che insieme al fratello Battista raggiungerà Trento tra il 1531 e il 1532. Farinella, l'impegno è attorno a una mostra molto attesa, che costituisce, in un certo senso, un approdo «naturale» di Dosso al Buonconsiglio. «L'iniziativa nasce un anno fa all'interno della serie di mostre "La città degli Uffizi", progetto che prevede di portare opere della Galleria degli Uffizi, per lo più conservate nei depositi e normalmente non visibili al pubblico, nei luoghi o da cui provengono o in qualche modo collegati con gli artisti che le hanno realizzate. L'idea è di far arrivare a Trento un nucleo di quattro dipinti di Dosso di notevole pregio, più alcuni altri di ambito dossesco, per creare un dialogo tra le opere del Buonconsiglio e quelle eseguite dai Dossi tra gli anni Venti e Trenta per altri committenti. Si intende così mettere in luce come i due fratelli lavorassero e collaborassero prima e dopo l'esperienza trentina, nonché i risultati espressivi raggiunti». Un confronto, quindi, spaziale e diacronico. Ci sono altri enti prestatori oltre agli Uffizi? «Abbiamo inoltrato una serie di richieste di prestito, da alcuni musei abbiamo già ricevuto risposta, ma siamo ancora lungi dal disporre del quadro completo, che si avrà forse a fine mese. Si tratta soprattutto di musei italiani Firenze, Roma, Modena, Ferrara che peraltro posseggono la gran parte dei dipinti di Dosso, mentre abbiamo limitato molto le richieste all'estero, anche per motivi di budget. Una delle poche opere su cui ho insistito, e che non mancherà, è Giove pittore di farfalle conservato nel Castello del Wawel di Cracovia. Sarà senz'altro uno dei fiori all'occhiello della mostra, non solo per la sua fama ma perché permetterà di instaurare un dialogo ricco di sfaccettature con l'episodio di soggetto analogo che Dosso ha dipinto qualche anno più tardi nella Camera del camin nero». Come per il Correggio a Parma qualche anno fa, anche al Buonconsiglio delle impalcature per ammirare i particolari delle opere? «Il soffitto della biblioteca è molto alto, le tavole sono a cinque metri, praticamente invisibili. Andrebbero restaurate, ma purtroppo i tempi ristretti non consentono di avviare questo tipo di operazione. Sono dipinti di grandi dimensioni, due metri per uno e mezzo, poco noti, di particolare pregio. Dodici figure di sapienti dell'antichità descritte dal Mattioli nelle sue ottave, filosofi, pensatori, scienziati. Le tavole, smontate durante la dominazione austriaca, sono state recuperate agli inizi del Novecento e fatte risistemare in loco da Gerola dopo la Grande Guerra. Delle diciotto originali ne sopravvivono dodici». Dal punto di vista del percorso, quali sono gli aspetti che la mostra intende sottolineare? «Le opere saranno organizzate in modo cronologico, da quando nel 1514 Dosso diventa pittore di corte a Ferrara in poi, ripercorrendo i temi più importanti della sua estetica e della sua biografia, con molte novità emerse negli ultimi anni dal punto di vista documentario e iconografico. Si approfondirà il ruolo di Battista, dai primi anni Trenta sempre più importante mentre Dosso dipingerà meno. Sono emerse, inoltre, opere nuove che saranno esposte in una sezione dedicata ai ritratti, ad esempio quello di Niccolò Leoniceno, scienziato e medico della corte estense. Un'opera di interesse notevole che faceva parte della collezione di Paolo Giovio».