CITTÀ della Scienza. Sono trascorsi quasi dieci mesi dall'incendio del 4 marzo. Si temeva l'apertura di uno dei tanti dibattiti inconcludenti, ma non c'è stato neppure quello. Non si può considerare dibattito il minuetto che da 300 giorni si consuma tra proprietà, amministrazione comunale, Regione e ministeri competenti che non trovano una soluzione per la ricostruzione. Situazione di stallo. È la risposta peggiore che si sta dando alla solidarietà e alla commozione manifestate da ogni parte del mondo nei giorni successivi all'atto criminale. Sulle modalità della ricostruzione si confrontano tre tesi, quelle di Città della Scienza, dell'amministrazione comunale e di un gruppo di ambientalisti con capacità di condizionamento politico. Il ministro competente, Trigilia, sembra disponibile ad accogliere e finanziare qualsiasi soluzione, purché condivisa tra le parti. Convitato di pietra, è la Soprintendenza di Palazzo Reale cui spetta l'ultima parola per la presenza di vincoli paesaggistici sull'area. Tre tesi che ingenerano tre interrogativi per ora senza risposta e con deludenti prospettive. Per Città della Scienza e per il suo presidente Vittorio Silvestrini, la parte distrutta si deve ricostruire subito "com'era e dov'era". In quell'area sono vietate nuove costruzioni, ma si possono conservare le volumetrie esistenti in base a un regime derogatorio sancito da un Accordo di programma del 1997 e sempre confermato negli atti successivi di pianificazione. Il museo potrà restare sul litorale fino al 2051, anno di ammortamento degli investimenti. La ricostruzione potrà avvalersi di rilievi informatizzati forniti dallo studio Pica Ciamarra Associati, autore dell'originario progetto. Secondo il parere di autorevoli esperti, sarebbe sufficiente presentare una Dia (Dichiarazione inizio attività) e procedere all'apertura del cantiere. Il costo delle opere edilizie e delle attrezzature dovrebbe aggirarsi sui 40 milioni di euro, coperti per la metà circa dalle assicurazioni e per il resto da finanziamenti pubblici già disponibili. Questa è la soluzione corretta e veloce, la risposta più forte e "simbolica" all'atto criminoso. Pur coltivando questa tesi, perché fino a oggi Città della Scienza non ha presentato la Dia? In tal modo, l'amministrazione comunale sarebbe stata obbligata a prendere una decisione univoca su tutta la questione. Per l'amministrazione comunale, il sindaco de Magistris sostiene che la ricostruzione debba incrociarsi con alcuni obiettivi di politica urbanistica più generali: «Il rispetto delle norme urbanistiche, la tutela dell'ambiente e la restituzione della spiaggia ai cittadini». Si dice anche sicuro che Città della Scienza sarà ricostruita «in tempi rapidi e più splendida di prima». (dichiarazioni del 6 dicembre riportate da Repubblica ). Gli obiettivi appaiono generici quanto ovvi, non potendosi approvare progetti contrari alle norme urbanistiche e alle leggi sull'ambiente. Quanto alla spiaggia, nel tratto antistante il museo non c'è mai stata. La maggiore bellezza poi, è lodevole auspicio, i tempi rapidi sono invece ottimismo mal riposto perché tutte le proposte filtrate da Palazzo San Giacomo parlano sempre di spostamenti e modifiche delle volumetrie distrutte dall'incendio. Nonè questa la sede per entrare in tecnicismi ma, casi analoghi e statistiche alla mano, per la sola approvazione del nuovo progetto occorrerebbero non meno di due, tre anni. Tutto ciò il sindaco non lo ignora. Perché allora coltiva una soluzione lunga, complessa e rischiosa, incompatibile con i tempi rapidi promessi? Forse perché è condizionato dai sostenitori della terza tesi. Per il gruppo di ambientalisti (De Lucia, Donatone e De Falco tra i più noti), Città della Scienza è abusiva, non va ricostruita in situ e delocalizzata. Il termine "abusiva" appartiene alla polemica politica che si trascina ormai da due decenni, un'accusa mai provata e mai validata da alcuna iniziativa della magistratura che pure è stata presente e attenta nell'area di Bagnoli. L'incendio doloso viene ora colto come un'occasione per rilanciare una battaglia che ha profilo politico, ma non ha fondamento giuridico perché non cambia il regime derogatorio vigente e la struttura può essere "riparata" così come accade per ogni danneggiamento che non sia distruzione del manufatto edilizio. Perché tanto accanimento contro il complesso museale? Ritorna il sospetto che si voglia cogliere un'occasione all'insegna del "se non ora, quando?". Le prospettive non sono buone. Il sindaco non condivide fino in fondo l'accusa di abusivismo, altrimenti avrebbe dovuto già dichiarare il suo disaccordo sulla ricostruzione. Sembra tuttavia essere prigioniero di un dilemma: l'apertura del cantiere in tempi brevi gli porterebbe consenso, ma l'ostilità del ristretto ma ficcante gruppo di ambientalisti; sposare le loro tesi, significa decretare la fine di Città della Scienza. Per conciliare gli inconciliabili, s'è avventurato sulla strada peggiore, i piccoli cambiamenti, il compromesso pasticciato. La strada che scontenta tutti e non risolve il problema.