E' diventata sempre più scadente la tecnica legislativa, la scrittura delle leggi o dei decreti legge. Coi decreti "omnibus" si intaccano riforme che in passato sono costate lacrime e sangue. Scardinate con qualche blitz ben mirato nel silenzio della informazione. O fra proteste del tutto inani. Coi decreti "milleproroghe" si tenta di far passare di tutto. Mi capitò anni fa di essere relatore alla Camera di un "milleproroghe" che mischiava il divieto di importare tartarughe e altre specie esotiche a nuove norme restrittive sui vecchi e inquinanti frantoi. Quasi "fuori sacco" mi chiesero di attaccarci un problema di grande impatto: le isole petrolifere. Respinsi la richiesta. Caso non so quanto frequente. Ha fatto dunque benissimo il presidente Napolitano a bloccare il decreto salva-Roma, la solita affollatissima diligenza sulla quale saltano gli interessi più disparati, e corposi. Adesso si lavora a due distinti decreti. La legge di stabilità doveva evitare i mali della legge finanziaria. Invece siamo alle solite "marchette". Non si può più andare avanti così. Bisogna superare (lo diciamo dagli anni '70) un bicameralismo "perfetto" che allunga all'infinito i tempi della legificazione e contemporaneamente rimediare al pasticciaccio costituzionale del Titolo V che ha messo altri inciampi sulla strada di un già confuso e opaco Stato regionale. Al tempo in cui i partiti erano forti, i decreti legge erano utilizzati sobriamente: 29 nella prima legislatura (1948-53), 60 nella II, 30 nella III. Il loro uso diviene patologico quando la maggioranza di centrosinistra si sfilaccia e non se ne crea una alternativa. Nella VIII legislatura (1979-83) balzano a 302 e in quella successiva a 433, poi il picco di 669 fra 1994 e 1996 (governo Berlusconi prima e Dini poi). Si è ormai consolidata la tecnica del "governare per decreti". I quali possono venire ogni due mesi reiterati con modifiche minime e durare perfino più di venti mesi durante i quali "fanno le veci" di una legge. Nell'impazzimento degli uffici, pubblici e privati. Si passa gradualmente così da un Parlamento che discute proposte di legge del governo e sue proprie (fra queste ultime, divorzio, diritto di famiglia, aborto, legge Basaglia, ecc.) ad un Parlamento impegnato full time, in modo oscuro e confuso, a convertire i decreti legge discutibilmente "urgenti" di esecutivi precari. Finché, nel 1996, la Corte costituzionale impone uno stop: la reiterazione dei decreti legge dopo i 60 giorni è incostituzionale. Dall'alluvione di decreti legge si passerà al contagocce? Non proprio. Nella legislatura successiva (2001-2006) i decreti legge saranno 216 con una media mensile (3,8) prossima agli anni ante-riforma. Col catenaccio di ripetuti voti di fiducia che toccano un picco da primato col governo Berlusconi, l'ultimo (sperando che tale rimanga): ben 38 fra aprile 2008 e novembre 2011. Poco meno di un voto di fiducia al mese. Crescono anche i decreti legislativi (o delegati) fin lì utilizzati soltanto per temi di secondaria importanza. Nella passata legislatura (governo Berlusconi) sono aumentati a 71-72 per anno. E si tratta di una legislazione delegata. Ma, da strumento per recepire le direttive Ue, diventa presto mezzo ordinario di governo, con tempi sempre più sfumati per l'attuazione della delega, con una palese cessione ai governi di poteri da parte di assemblee rese anche così sempre più frustrate e insofferenti. Deputati e senatori si sfogano presentando una fiumana tumultuosa di progetti di legge (perfino 9.344 fra 2001 e 2006). Ma di quel diluvio di proposte una percentuale minima verrà poi approvata: contro il 18-19 delle prime legislature, anni '50, contro un rilevante 7,2 ancora fra 1979 e 1983. Tutt'altra musica, autorevole, del Parlamento. Visto che il loro potere declina, i deputati pretendono di discutere quasi tutto in aula. Nell'ultima legislatura della Prima Repubblica, il 54,7 delle proposte di legge risultava ancora discusso e approvato in commissione e il 45,3 in aula. Nella scorsa legislatura il rapporto si è clamorosamente ribaltato: appena il 15,1 in commissione e l'84,3 in aula. Potete immaginare gli ingorghi. Lo sfarinamento dei partiti, l'affermarsi di nuove aggregazioni personali (o aziendali) quali Forza Italia e Pdl, poi M5s, rende ancora più nevrotico, aspro, diffidente il rapporto fra esecutivo (anche quando scaturisce, come il Letta I, da larghe intese) e Camere, fra esecutivo e una maggioranza parlamentare spesso disomogenea. Con una opposizione che tira a sfasciare più che a discutere, più che ad opporsi con serietà, competenza e volontà alternativa. Come fecero a lungo il Pci, soprattutto, e il Psi. Come fecero per anni i Radicali o i Verdi. Uscire si può, si deve, in gran fretta e con chiarezza.